(Lettera di Ernesto Ruffini a il Fatto Quotidiano)
C’è stato un tempo nella storia repubblicana in cui la durata dei governi non rappresentava l’ossessione quotidiana del dibattito pubblico. Un tempo in cui la politica non misurava se stessa sul numero dei giorni trascorsi a Palazzo Chigi, ma sulla capacità di cambiare il Paese e di costruire il futuro.
Trail 1948 eil 1988 l’Italia ebbe 43 governi. In media un governo ogni undici mesi. Eppure, proprio in quella stagione segnata da crisi parlamentari continue, il Paese conobbe una delle più profonde trasformazioni economiche e sociali della sua storia, costruendo le basi dello Stato sociale e del welfare. L’Italia passò dall’essere un Paese ancora in larga parte agricolo, attraversato da enormi disuguaglianze territoriali e sociali au-na delle principali potenze industriali e manifatturiere del mondo, entrando nel gruppo del G7. La ricchezza prodotta dal Paese crebbe a ritmi che oggi sembrano quasi irraggiungibili. Il Pil aumentò mediamente di quasi il 4% l’anno, con punte superiori al 6% durante gli anni del “miracolo economico”. Crescevano salari, occupazione, produzione industriale, consumi e risparmio privato. Si allargava il ceto medio. Milioni di persone uscivano dalla povertà.
In quegli anni vennero costruite le grandi infra-strutture che ancora oggi tengono insieme il Paese: l’Autostrada del Sole, la rete ferroviaria, quella elettrica e telefonica, aeroporti, porti, acquedotti. Fu realizzato un grande piano di edilizia pubblica che portò alla costruzione di centinaia di migliaia di abitazioni e alla nascita di interi quartieri popolari. L’istruzione obbligatoria fino a 14 anni ampliò concretamente il diritto allo studio. L’università smise progressivamente di essere un luogo riservato a una ristretta elite e divenne sempre più un sistema di istruzione di massa, permettendo a milioni di giovani. provenienti anche dalle classi popolari, dal Mezzogiorno e dalle periferie di immaginare un futuro diverso da quello delle generazioni precedenti.
Lo Statuto dei lavoratori riconobbe libertà sindacali, diritti e dignità nei luoghi di lavoro. Il diritto al divorzio venne conquistato e confermato. La riforma del diritto di famiglia superò il modello patriarcale e rafforzò la tutela dei figli e la parità all’interno della famiglia. Con la legge Basaglia vennero chiusi i manicomi, affermando una nuova idea di dignità della persona. Con il Servizio sanitario nazionale la salute divenne finalmente un diritto universale e non più una possibilità legata al reddito. L’Italia affrontò e sconfisse il terrorismo senza rinunciare alla democrazia e alle libertà costituzionali. Partecipò alla costruzione europea e consolidò il proprio ruolo nel blocco occidentale.
Naturalmente quella stagione non fu priva di errori, tensioni o contraddizioni. Furono anni durissimi, segnati da inflazione, conflitti sociali, violenza politica e terrorismo. Ma, nonostante tutto, esisteva una direzione. Una visione di Paese. L’idea che la politica dovesse servire ad allargare i diritti, ridurre le disuguaglianze e accompagnare il progresso economico e sociale.
Oggi accade quasi il contrario. Il governo Meloni è tra i più longevi della storia repubblicana. Eppure, la sua dura non sembra tradursi in una trasformazione strutturale del Paese. La crescita resta debole, i salari fermi, i giovani continuano a partire, la natalità crolla, la sanità pubblica arretra e le disuguaglianze aumentano. Perché la stabilità, da sola, non basta. Non è la durata dei governi a determinare la forza di una democrazia, ma la capacità della politica di preparare il futuro. Si può avere instabilità parlamentare e costruire diritti, sviluppo e speranza. Oppure avere governi lunghi e limitarsi alla gestione quotidiana del consenso. La vera domanda, allora, non è quanto dura un governo. La vera domanda è cosa lascia al Paese.
