Le regionali in Campania, Puglia e Veneto completano un quadro di elezioni regionali con un verdetto che non sorprende nessuno: tutto resta com’era. La destra governa dove già governava, la sinistra governa dove già governava. È come se il Paese vivesse in una teca di vetro mentre fuori il mondo cambia con una velocità impensabile: crisi globali, nuove geografie del potere, conflitti, rivoluzioni tecnologiche che riscrivono il lavoro e l’industria, nulla sembra sfiorare la politica italiana. Ogni equilibrio resta immobile. Non per saggezza: per rassegnazione.
Ciò che più stupisce infatti non è la stabilità politica, ma l’indifferenza con cui la si accoglie. Oggi si festeggiano vittorie e ci si conforta in una riconferma. Sicuramente bisogna sempre ringraziare la minoranza che continua a recarsi alle urne e ci concede il lusso della speranza. I partiti però si affannano in analisi autoreferenziali mentre l’unico dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque creda nella democrazia è l’astensione ormai maggioritaria. Davanti a meno della metà dei cittadini che si recano alle urne, c’è poco da celebrare. E la cosa più grave è che non scandalizza più nessuno.
I partiti appaiono soddisfatti contando i consensi dei pochi che hanno ancora voglia di votare, come se questo li mettesse in grado di rappresentare un Paese intero. Oggi più che mai i partiti appaiono chiusi in sé stessi, impegnati a proteggere gli equilibri interni, incapaci di parlare a quel mondo vastissimo che si è allontanato perché non si sente ascoltato, non si sente visto. La politica è diventata così una conversazione tra pochi per pochi: l’opposto di ciò che dovrebbe essere.
Eppure una democrazia vive solo se i cittadini la attraversano. Non c’è e non ci sarà cambiamento possibile se non nasce dal desiderio delle persone di prendere parte, di contare, di pensare il futuro insieme. È questa la verità che nessuno vuole vedere: le cose cambiano solo quando i cittadini tornano a voler cambiare le cose. In assenza di questo il futuro è già scritto.
Per questo, se vogliamo che le elezioni politiche segnino una svolta reale, dobbiamo fare ciò che nessuno sta facendo: rivolgerci a chi non vota più. Non per rimproverarlo, ma per ascoltarlo. Per offrire una visione credibile dell’Italia e dell’Europa del futuro.
Un’Italia che non si chiude ma si apre; che non si accontenta della gestione quotidiana ma immagina un progetto; che non divide tra “noi” e “loro”, ma riconosce una comunità in cui ognuno conta per uno. Un’Italia che recupera l’orgoglio europeo, il proprio protagonismo in Europa, nel sociale, nell’industria: senza timori. Una Italia che restituisce sovranità dove deve essere: alle persone, non alla retorica o agli interessi di pochi.
Non abbiamo bisogno di racconti rassicuranti. Abbiamo bisogno di dire con chiarezza che la democrazia si salva solo quando la si rende di nuovo desiderabile. E che questo compito non spetta a un leader, ma a tutti noi.
Se vogliamo cambiare il futuro non basta l’argine alla destra. Dobbiamo tornare a ricostruire le ragioni di una comunità con una grande ambizione politica, un passo dopo l’altro, un più uno alla volta.
