È iniziata la stagione delle elezioni regionali di questa ultima parte del 2025. Milioni di cittadini sono chiamati al voto per rinnovare i consigli e i presidenti di sei regioni. Hanno iniziato Valle d’Aosta e Marche. Seguiranno Calabria, Toscana, Veneto, Campania e Puglia.
Una consultazione che, per la geografia e per il peso politico delle regioni coinvolte, rappresenta anche un termometro dello stato di salute della nostra democrazia.
Dai risultati di domenica e lunedì scorso è già evidente che accanto alle coalizioni e ai candidati, c’è un “terzo incomodo” che ormai è un protagonista della politica italiana, con cui però nessuno sembra voler fare i conti: l’astensionismo. Rischia così di esserci un convitato di pietra: l’elettore.
Nelle Marche, al di là delle differenze anche valoriali tra le due coalizioni, quel che oggi colpisce è il dato dell’astensione. Quando un cittadino su due non si reca alle urne, siamo vicini a una emergenza democratica che dovrebbe preoccupare non solo chi si occupa di politica ogni giorno.
L’astensione nelle Marche era già grave nel 2020, circa del 40%. Ma oggi è del 50%. Un simile aumento dell’astensione si registra anche in Val D’Aosta, che passa da circa il 30% al 37%, in un contesto certo molto diverso. Purtroppo, è ragionevole aspettarsi che lo stesso accadrà nelle altre regioni in cui si voterà nelle prossime settimane.
È un dato ormai gravissimo che ci mostra plasticamente quanto la distanza tra cittadini e politica sia cresciuta, quanto la disillusione si sia allargata e il senso di inutilità del voto insinuato in modo sempre più diffuso.
Così, chi ha già vinto – e chi vincerà alle prossime tornate elettorali – può rivendicare un successo politico, ma è un successo inevitabilmente dimezzato dalla assenza, anziché essere rafforzato dalla presenza.
La vera sconfitta, purtroppo, è la nostra democrazia. Una democrazia vive di partecipazione. Quando l’astensionismo cresce non è solo un dato statistico: è il segnale che la democrazia si restringe, che diventa un rito formale, svuotato di sostanza. Non basta che i seggi siano aperti e che le schede vengano scrutinate: la democrazia esiste davvero solo se i cittadini si sentono parte di quel processo e non sentono il voto come un gesto inutile. Il voto non è solo un nostro dovere, ma è specialmente il nostro potere. Il più grande che abbiamo. L’unico strumento per esprimere appieno la nostra sovranità: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Il rischio che corriamo seriamente è quello di una democrazia “a bassa intensità”, dove pochi decidono per tutti e molti si autoescludono. Dove ognuno si ripiega solo nella propria sfera senza interessarsi di quello che lo circonda, privando di significato, si senso e di valore l’essere una comunità. Non è un destino inevitabile, ma è una possibilità concreta che va contrastata.
Perché non sfugge che dietro ogni astensione c’è una storia: quella di un giovane che non vede futuro, di un lavoratore precario che non si sente rappresentato, di un anziano che non trova risposte ai suoi bisogni, di un imprenditore che si sente ostacolato e non aiutato.
Inoltre, con una crescita così larga dell’astensionismo avremo amministrazioni meno legittimate e cittadini che, non avendo partecipato, sentiranno ancora più lontane le istituzioni, alimentando un circolo vizioso di disaffezione.
La politica sta commentando i risultati, rivendicando vittorie e ridimensionando sconfitte. Ma la vera notizia è che la metà degli elettori ha scelto di non scegliere; e una comunità non si misura solo dal nome di chi governa, ma dal grado di partecipazione di chi viene governato.
Non basta, però, denunciare il problema, bisogna affrontarlo tornando a parlare con le persone e non solo con gli iscritti e i simpatizzanti dei partiti. Bisogna smetterla di sfornare proposte buone per accontentare qualche categoria o lobby o per conquistare un titolo su un giornale. Bisogna tornare a ascoltare tutti. Solo così i cittadini potranno, con i giusti tempi forse lenti ma tipici della democrazia, tornare a riconoscersi in un progetto dato che hanno mostrato di non credere più in una propaganda fatta di promesse non credibili.
Serve una politica che riprenda quel filo dell’ascolto e del dialogo, che si è interrotto da troppo tempo. Che ascolti prima di chiedere consenso. Che sia capace di costruire fiducia mostrando coerenza, competenza e serietà. Che riporti al centro i bisogni reali delle persone: lavoro, sanità, ambiente, sicurezza sociale, sviluppo.
In assenza di questo sappiamo già come finirà, le Marche l’hanno mostrato: continuerà a prevalere l’astensione e avremo perso tutti, indipendentemente dal colore politico dei vincitori. Perché senza partecipazione la democrazia è destinata a spegnersi.