Ci sono guerre che finiscono sul campo e guerre che non finiscono mai nelle coscienze.

Il conflitto tra Israele e Palestina appartiene alla seconda categoria. Perché anche se le armi taceranno, resterà un orrore sedimentato: nelle città distrutte, nelle prigioni, negli occhi degli ostaggi e dei sopravvissuti. E davanti a quell’orrore, la diplomazia non potrà più essere la stessa.

Ci si chiede spesso quando si potrà tornare in Palestina con i canali diplomatici.Forse la domanda vera è con quale credibilità. Dopo anni di silenzi, ambiguità e calcoli geopolitici, l’Europa rischia di presentarsi non come mediatore, ma come spettatore tardivo di una tragedia che ha tollerato troppo a lungo.

Entrare in Palestina, oggi, significherà non solo riaprire un ufficio o una missione: significherà assumersi la responsabilità di guardare l’orrore negli occhi, senza più rifugiarsi nella parola “equidistanza”. Perché non esiste equidistanza possibile davanti ai civili massacrati, agli ostaggi dimenticati, ai detenuti torturati su entrambi i fronti.

La diplomazia che verrà dovrà riconoscere che la neutralità, in certe circostanze, è una forma raffinata di complicità.Il dopoguerra israelo-palestinese sarà il banco di prova per capire se la diplomazia internazionale è ancora in grado di avere un volto umano. Se riuscirà a parlare non solo di confini e sicurezza, ma anche di verità e dignità.

Perché davanti all’orrore, l’unico fallimento davvero irreparabile sarebbe tornare a considerarlo normale.