Meloni dimentica il peso dei numeri. L’attuale Governo sembra più concentrato ad arrivare a fine legislatura per raggiungere il podio della durata, ma la stabilità rischia di diventare un traguardo sterile se non si costruiscono le condizioni per rilanciare lo sviluppo del Paese. Perché non muoversi per il rischio di fallire è già di per sé un fallimento.
Editoriale di Ernesto Maria Ruffini su Domani. (editorialedomani.it/idee/)

Negli anni del governo Meloni le retribuzioni contrattuali sono aumentate dell’11,5%, ma i prezzi sono aumentati di più, fino al 19,7%. A questo si aggiunge l’effetto dell’aumento della pressione fiscale, arrivata nel 2025 al 43,1, con punte fino al 51,4% nell’ultimo trimestre. La produzione industriale è in costante calo, meno 10%, senza che si veda all’orizzonte alcuna politica industriale conseguente. Ma soprattutto come spiega Bankitalia, gli investimenti privati sono in costante diminuzione dal 2023. E anche gli investimenti pubblici, nonostante il PNRR, sono inferiori alla media dell’Unione Europea. L’Istat fotografa un Paese in cui gli espatri dei cittadini italiani sono passati da 99 mila nel 2022 a 114 mila nel 2023 e a 156 mila nel 2024, per un totale di 369mila in pochi anni. Un segnale della rinuncia di molti a costruire il proprio futuro in Italia.

Tutti questi numeri sono frutto di leggi e provvedimenti adottati senza l’ambizione di un progetto complessivo di Paese. Una legislazione costruita senza una visione solida e senza la consapevolezza delle sue conseguenze pratiche, dei suoi effetti sistemici e della sua sostenibilità finanziaria. 

La politica economica e industriale non richiede più risorse. Del resto, come è possibile che dal 2015 al 2025 le entrate fiscali dello Stato hanno superato i 5000 miliardi euro, ma scuola, sanità, infrastrutture e sicurezza non sono migliorate? E perché, nonostante la cifra enorme di tasse incassate, nello stesso periodo il debito pubblico è passato da 2mila a oltre 3mila miliardi? Perché tutte queste tasse non sono servite a ridurre le disuguaglianze, che sono invece silenziosamente aumentate? Come mai chi era già in difficoltà ha finito per esserlo ancora di più, visto che sono ormai sei milioni gli italiani che vivono al di sotto della soglia della povertà? Come è possibile che l’Agenzia delle entrate nello stesso periodo 2015-2025 ha incassato oltre 270 miliardi di evasione, cioè più del PNRR, senza che la pressione fiscale sia scesa e con una società sempre più disuguale?

Servono per il futuro scelte chiare che indichino dove investire, evitando di disperdere fondi in tanti piccoli sussidi. Serve una visione che ci lasci almeno intravedere come vogliamo vivere e di cosa vogliamo vivere. 

Abbiamo molte risorse che non stiamo utilizzando. Pensiamo al lavoro femminile, ancora troppo basso. Ai giovani che faticano a trovare spazio. A politiche sull’immigrazione che non riescono a governare davvero il fenomeno. A una popolazione che invecchia senza essere coinvolta attivamente.

Quelli che oggi sono problemi possono diventare opportunità. Altri Paesi lo hanno già fatto.

Abbiamo come strumento e volano di crescita il bilancio pubblico, l’atto politico più importante di un governo che indica ai cittadini come spendiamo e come raccogliamo le risorse.

Partiamo dalla spesa. Non basta ridurla, bisogna ripensarla.

La spesa pubblica sono i servizi che riceviamo. Se non funzionano, il problema non è solo quanto spendiamo, ma come spendiamo.

Non servono fondi che nascono e spariscono a ogni stagione di bilancio. Ma bisogna guardare tutto il sistema, settore per settore.

Il calo demografico, ad esempio, non può diventare una scusa per ridurre gli investimenti nella scuola. L’invecchiamento non deve portare automaticamente a più spesa sanitaria, ma a una sanità migliore, più orientata alla prevenzione. Anche la politica industriale non richiede necessariamente più risorse. Richiede scelte chiare che indichino dove investire.

Poi c’è la questione delle “entrate”. Non serve inventare nuove tasse. Serve far funzionare quelle che già esistono. Invece, negli anni abbiamo creato centinaia di agevolazioni e regimi speciali. Spesso per rispondere a richieste di singole categorie, finendo per avere oltre 500 misure di agevolazioni e regimi speciali. Il risultato è un sistema complicato e poco equo, perché le tasse dovrebbero servire prima di tutto a raccogliere risorse per finanziare servizi migliori. 

Non è solo una questione di quante tasse paghiamo. Ma di cosa costruiamo con quelle tasse.

L’attuale Governo sembra più concentrato ad arrivare a fine legislatura per raggiungere il podio della durata, Ma la stabilità rischia di diventare un traguardo sterile se non si costruiscono le condizioni per rilanciare lo sviluppo del Paese. Perché non muoversi per il rischio di fallire è già di per sé un fallimento.