Gli indicatori tengono, ma i salari bassi, il debito elevato e il lavoro fragile sono rivelatori di un Paese fermo e senza una vera strategia. Così il declino diventa strutturale

Editoriale di Ernesto Ruffini su Avvenire

I numeri sono freddi e forse anche per questo l’economia viene chiamata la “scienza triste”. Ma dietro molti di quei numeri c’è la rappresentazione concreta della vita delle persone. Le ultime letture di Eurostat ci restituiscono un quadro che, a prima vista, potrebbe apparire rassicurante. La crescita dell’Eurozona ha tenuto, chiudendo il 2025 all’1,5% dopo lo 0,9% dell’anno precedente. Il deficit medio dell’area euro è sceso al 2,9% del Pil, dal 3% del 2024. L’inflazione, dopo il minimo di gennaio all’1,7%, è risalita al 2,6% di marzo, ma resta, almeno per ora, dentro un perimetro gestibile, pur guardando con preoccupazione a quanto accade nel Golfo Persico, dove la guerra con l’Iran ha già fatto salire il prezzo del petrolio e del gas a livelli che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.  L’Europa, nel suo complesso, continua a muoversi dentro un equilibrio fragile. Da un lato, la necessità di mantenere i conti pubblici sotto controllo, nel solco delle regole comuni e della sostenibilità del debito. Dall’altro, l’urgenza di sostenere investimenti che non sono più rinviabili, come transizione energetica, infrastrutture digitali, difesa comune, innovazione industriale. Esigenze in tensione tra loro, che possono convivere solo dentro una visione.

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