Per molti è uno dei possibili federatori del centrosinistra. Ma più che a federare, Ernesto Maria Ruffini è interessato a ricostruire una comunità, possibilmente sull’unico modello vincente espresso dal centrosinistra in questi anni di bipolarismo: l’Ulivo. Un paradigma che certo non aveva bisogno di rincorrere “gambe centriste”. Semplicemente le includeva come elemento costitutivo all’interno di una visione comune. L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate avrà modo di condividere la sua visione il 10 ottobre a Roma, in un evento in cui l’elaborazione di un progetto condiviso porterà il suo movimento, Più Uno, a trasformarsi in soggetto politico
di Matteo Marcelli su Avvenire
Il fondatore del movimento “Più Uno” annuncia per il 10 ottobre a Roma la trasformazione in un soggetto politico: «Il centrosinistra ha vinto solo quando ha saputo offrire una visione di Paese condivisa, come accadde con Romano Prodi. Il centro? Non ne serve uno costruito in laboratorio»
Per molti è uno dei possibili federatori del centrosinistra. Ma più che a federare, Ernesto Maria Ruffini è interessato a ricostruire una comunità, possibilmente sull’unico modello vincente espresso dal centrosinistra in questi anni di bipolarismo: l’Ulivo. Un paradigma che certo non aveva bisogno di rincorrere “gambe centriste”. Semplicemente le includeva come elemento costitutivo all’interno di una visione comune. L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate avrà modo di condividere la sua visione il 10 ottobre a Roma, in un evento in cui l’elaborazione di un progetto condiviso porterà il suo movimento, Più Uno, a trasformarsi in soggetto politico.
Ruffini, il centro sembra oggi vivere una nuova stagione. Fioriscono formazioni e movimenti che intendono collocarsi in quello spazio. Lei che idea si è fatto di questo rinnovato interesse?
Guardo questa rinnovata attenzione con rispetto, ma anche con una certa dose di sospetto, perché non credo che il centro sia un qualcosa che si possa semplicemente aggiungere a una parte politica per completarla. In questi anni di bipolarismo ci siamo persi in dibattiti infiniti, dimenticando la lezione della stagione dell’Ulivo. In quel periodo i dirigenti ebbero l’intuizione di creare una coalizione larga non per una somma di sigle, ma per offrire una proposta di governo che i singoli partiti, da soli, non riuscivano a garantire. Il campo largo dovrebbe recuperare quell’intuizione: mettere insieme culture democratiche e costituzionali, movimenti, civismo e competenze, senza restare prigionieri dei recinti dei partiti attuali. Il vero rischio non è l’assenza di un centro geometrico, ma l’astensionismo: abbiamo accettato con rassegnazione che voti solo il 50% dei cittadini.
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