Uguali nei diritti sociali
Salute, cura, casa e sostegni devono essere accessibili davvero e raggiungere chi ne ha diritto, senza dipendere dal reddito, dal territorio o dalla capacità di orientarsi tra gli uffici.
Un diritto sociale vale quando arriva. Si parte dal momento in cui una persona ha bisogno di una visita o di un esame. Prenota una volta, e se i tempi non sono rispettati è il Servizio sanitario a cercare una soluzione. Ovunque venga curata, la sua storia clinica la segue, senza esami ripetuti. Perché questo accada servono due cose, sapere Regione per Regione dove il sistema non funziona e chi deve correggerlo, e programmare per tempo i medici, gli infermieri e le competenze che serviranno. Quando la fragilità dura nel tempo, la persona e la sua famiglia trovano una porta sola e qualcuno che le accompagna, anche dopo l’uscita dall’ospedale, insieme a chi se ne prende cura ogni giorno. E poiché non c’è cura senza una casa, la strada arriva fino all’abitare, con alloggi pubblici recuperati, sfratti evitati prima che arrivino e case vuote restituite a chi ne ha bisogno.
15 Liste d’attesa. Prenotare una volta sola, con tempi garantiti
«Prenoto una volta sola. Se non c’è posto nei tempi previsti, non tocca a me continuare a cercarlo. È il Servizio sanitario che deve muoversi, con tutta l’offerta a disposizione, finché non lo trova.»
LA PROPOSTA Una prescrizione deve bastare. Il cittadino prenota una sola volta. Se il Servizio sanitario non trova un appuntamento entro il tempo previsto dalla classe di priorità indicata sulla prescrizione, la richiesta non torna al cittadino, ma viene presa in carico automaticamente. Oggi la legge prevede già che in questi casi la prestazione sia garantita in intramoenia o nel privato accreditato, ma è il cittadino a doverlo chiedere. Con la proposta non deve fare nulla.
Da quel momento è il CUP o la struttura sanitaria a cercare una soluzione, usando tutta l’offerta disponibile, dalle strutture pubbliche al privato accreditato e, quando necessario, all’attività intramoenia. Il cittadino viene ricontattato quando l’appuntamento è stato individuato, non deve anticipare il costo della prestazione e paga soltanto l’eventuale ticket. Per i redditi più alti può essere prevista una compartecipazione aggiuntiva, definita per legge e proporzionata al reddito, sempre senza obbligo di anticipare il costo.
La stessa garanzia vale in tutte le Regioni, e il rispetto dei tempi è monitorato attraverso la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa.
Lo stesso vale per i controlli. Quando lo specialista prescrive una visita o un esame di controllo, l’appuntamento viene fissato dal Servizio sanitario prima che il paziente lasci l’ambulatorio, dentro lo stesso percorso di cura, senza che debba prenotarlo di nuovo e ricominciare a cercare un posto.
PERCHÉ SERVE Il diritto a ottenere visite ed esami entro i tempi previsti dalla classe di priorità esiste già. Anche i percorsi di tutela, compreso il ricorso all’intramoenia o al privato accreditato quando il servizio pubblico non riesce a rispettare quei tempi, sono già previsti, e il decreto sulle liste d’attesa del 2024 li ha rafforzati.
Il problema è che per ottenerli bisogna chiederli. Il loro funzionamento dipende dalle procedure adottate nei diversi territori e, spesso, dalla capacità del paziente di sapere che cosa chiedere e a chi rivolgersi. Lo stesso accade per i controlli. Chi dovrebbe ripetere un esame dopo qualche mese rischia di dover ricominciare da capo, tornando al CUP come se fosse la prima volta.
E chi non sa o non riesce a muoversi, spesso rinuncia. Secondo l’Istat, nel 2024 il 6,8% delle persone ha rinunciato ad almeno una visita o un esame a causa delle lunghe liste d’attesa, una quota cresciuta di oltre il 50% in un solo anno.
Il diritto alla cura non può dipendere dalla capacità di insistere.
COSA CAMBIA La novità non è creare un nuovo diritto alla prestazione nei tempi previsti. È rendere automatica la conseguenza quando quei tempi non possono essere rispettati. Il paziente non deve telefonare ad altre strutture, cercare da solo un posto o chiedere l’attivazione del percorso di tutela. La richiesta resta in carico al Servizio sanitario finché non viene individuato un appuntamento compatibile con la priorità prescritta.
La Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, già operativa, diventa lo strumento per verificare in modo uniforme, Regione per Regione, che la presa in carico funzioni davvero e che i tempi siano rispettati.
Chi è già in cura non deve rimettersi in fila. Il controllo successivo fa parte della stessa presa in carico e lo fissa chi lo prescrive.
Per chi ha redditi più alti può cambiare anche il costo, con una compartecipazione aggiuntiva proporzionata al reddito. Ma nessuno dovrà più anticipare il prezzo pieno di una prestazione che il Servizio sanitario non è riuscito a garantire in tempo.
16 Se un referto è già nel Fascicolo sanitario, deve valere in tutta Italia
«Il Fascicolo sanitario esiste già. Adesso deve funzionare davvero ovunque. Devono viaggiare i dati, non i pazienti.»
LA PROPOSTA Le regole per un Fascicolo sanitario elettronico completo e uguale in tutta Italia ci sono già. Dal 2026 tutte le strutture, pubbliche e private, devono caricare referti, lettere di dimissione e prescrizioni entro cinque giorni. Ora vanno fatte rispettare.
Il rispetto dell’obbligo viene verificato e reso pubblico, struttura per struttura, confrontando le prestazioni erogate con i documenti effettivamente caricati. Chi non rispetta i tempi viene richiamato e, se il ritardo persiste, ne risponde.
Il consenso alla consultazione diventa semplice da dare. Oggi solo una minoranza dei cittadini lo ha espresso, spesso perché non sa che serve. Il consenso viene quindi chiesto attivamente, con una domanda chiara, al primo contatto con il medico di famiglia, in ospedale o in farmacia. Resta sempre una scelta libera e revocabile, nel rispetto delle regole sulla protezione dei dati.
Il cittadino non deve portare documenti da un ospedale all’altro né ripetere un esame soltanto perché un dato già disponibile non è accessibile.
PERCHÉ SERVE Il Fascicolo sanitario elettronico esiste già, e con il PNRR sono stati fatti investimenti importanti per renderlo più completo e interoperabile. Il Fascicolo 2.0 ha introdotto standard nazionali, obblighi di alimentazione e un’infrastruttura comune che collega i sistemi regionali. Ma un’infrastruttura collaudata non è ancora un servizio che funziona nella vita di tutti i giorni.
L’attuazione resta diversa da una Regione all’altra. In alcune il Fascicolo è ormai uno strumento d’uso comune, in altre il caricamento dei documenti procede con fatica. E anche quando i documenti ci sono, il medico non può consultarli se il paziente non ha dato il consenso. Oggi lo ha fatto meno di un cittadino su due, spesso perché non sa che serve.
Ogni anno centinaia di migliaia di persone si curano in una Regione diversa dalla propria, spesso partendo dal Mezzogiorno verso il Centro Nord. Sono proprio loro a portare con sé cartelle, referti e immagini, e a rischiare di ripetere esami già fatti.
Un esame ripetuto è un costo per il Servizio sanitario e un tempo perso per chi aspetta una cura.
COSA CAMBIA Oggi il Fascicolo dispone di regole e infrastrutture nazionali, ma la sua alimentazione e la possibilità di consultarlo variano ancora da una Regione all’altra e da una struttura all’altra. La proposta trasforma gli obblighi già previsti in un servizio verificato.
Si misura, e si rende pubblico, chi alimenta il Fascicolo e chi no, struttura per struttura, e chi non rispetta i tempi ne risponde. Il consenso alla consultazione non resta più affidato all’iniziativa del cittadino, ma gli viene chiesto con una domanda chiara quando entra in contatto con il Servizio sanitario. Così la storia clinica diventa accessibile ovunque il paziente venga curato, e si vede subito dove il sistema continua a non funzionare.
La trasformazione digitale della sanità ha senso quando toglie un passaggio al cittadino, non quando ne aggiunge uno.
17 Sapere dove la sanità non funziona e come si interviene
«Il diritto alla salute è nazionale. I dati per capire se viene garantito esistono già. Rendiamoli chiari e confrontabili, perché tutti possano sapere dove il sistema funziona e dove deve migliorare.»
LA PROPOSTA Ogni cittadino deve poter capire facilmente come funziona il servizio sanitario della propria Regione, attraverso pochi indicatori nazionali, uguali per tutti e comprensibili. Il quadro mostra almeno quanto si aspetta per visite ed esami, se c’è personale sufficiente, quanto è sviluppata l’assistenza sul territorio e alcuni risultati importanti delle cure. Tra gli indicatori c’è anche la quota di persone che rinunciano a visite ed esami per i costi, per le attese o per la distanza.
Non serve creare un nuovo sistema di raccolta dei dati. Basta usare e collegare le informazioni che il Servizio sanitario già raccoglie e pubblicarle in un unico quadro facilmente consultabile.
Quando uno o più indicatori restano a lungo lontani dagli standard nazionali, non si pubblica soltanto il dato negativo. La Regione indica anche che cosa intende fare per migliorarlo, chi è responsabile degli interventi, quali risorse verranno usate, entro quando sono attesi i risultati e come verrà verificato se il problema è stato risolto.
Gli screening oncologici sono un esempio concreto. Chi non risponde al primo invito non deve scomparire dal percorso. Viene ricontattato con una telefonata, un messaggio o attraverso il medico di famiglia, e nei territori dove l’adesione è più bassa si portano i punti di screening più vicino alle persone. La scelta resta libera, ma non può dipendere da una lettera mai arrivata, da una difficoltà di lingua o dalla distanza.
Nei territori contaminati il quadro dice di più. Nelle aree esposte a inquinamento industriale o ambientale, a partire dai siti di interesse nazionale per le bonifiche, i dati sanitari si leggono insieme a quelli ambientali e a quelli sulle esposizioni professionali, nel rispetto della riservatezza. Chi vive in quelle aree è seguito con una sorveglianza sanitaria dedicata e riceve un’informazione chiara su che cosa emerge e su che cosa si sta facendo.
PERCHÉ SERVE L’Italia dispone già di strumenti nazionali per controllare la qualità e l’erogazione dell’assistenza. Il Nuovo Sistema di Garanzia misura il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza attraverso indicatori comuni alle Regioni, e il Ministero ne pubblica periodicamente i risultati. Anche per le liste d’attesa esiste una piattaforma nazionale che raccoglie i dati regionali e permette di confrontare, tra l’altro, i tempi di attesa e il rispetto delle classi di priorità.
Il problema, quindi, non è la mancanza di dati. Per un cittadino è difficile ricavare da sistemi diversi una risposta semplice a domande essenziali. Quanto devo aspettare? L’assistenza sul territorio è adeguata? Manca personale? I risultati delle cure sono in linea con gli standard?
Nella prevenzione il problema è un altro. Un invito allo screening che resta senza risposta oggi spesso si chiude lì, anche quando dietro c’è una lettera mai letta, una difficoltà di lingua o un centro troppo lontano.
C’è poi un dato che nessuna lista d’attesa registra. Chi rinuncia a una visita o a un esame perché non può pagarlo, perché i tempi sono troppo lunghi o perché la struttura è troppo lontana non compare in nessuna agenda. Eppure, secondo l’Istat, nel 2024 lo hanno fatto quasi 6 milioni di persone, e il numero cresce di anno in anno. Quel dato esiste, ma resta fuori dal quadro con cui si giudica il servizio sanitario.
Eppure, è la misura più diretta della disuguaglianza davanti alla salute.
Lo stesso accade nei territori contaminati. La salute di chi vive vicino ai siti da bonificare è studiata da anni, ma i dati sanitari, ambientali e sul lavoro restano in archivi diversi, lontani da chi decide e da chi ci abita.
COSA CAMBIA La proposta sceglie pochi indicatori tra quelli già esistenti, li riunisce in un quadro pubblico semplice e permette di confrontare le stesse informazioni in tutte le Regioni. Accanto a quanto si aspetta, il quadro mostra anche quante persone hanno smesso di aspettare. E accanto a quante persone vengono invitate a uno screening, quante lo completano davvero.
Ma la differenza principale viene dopo. Se un problema dura nel tempo, non basta più sapere che esiste. Viene pubblicato anche un piano, leggibile da tutti e non solo dagli addetti ai lavori, che dice quale risultato deve migliorare, quali interventi saranno realizzati e da chi, con quali risorse ed entro quale termine.
In questo modo si passa da “questo è il dato” a “questo è il problema, questo è ciò che verrà fatto e questa è la data entro cui verificheremo il risultato”.
18 Programmare oggi il personale sanitario che servirà domani
«La sanità di domani non avrà soltanto bisogno di più professionisti. Avrà bisogno anche di professionalità capaci di rispondere a bisogni nuovi. Dobbiamo cominciare a formarle prima che diventino indispensabili.»
LA PROPOSTA Stato e Regioni costruiscono un quadro pluriennale dei professionisti che serviranno al Servizio sanitario. Il quadro mette insieme il personale oggi in servizio, i pensionamenti previsti, i fabbisogni dei territori, le carenze nelle diverse specialità e professioni e i tempi necessari per formare nuove persone.
Ma programmare il personale non significa soltanto stabilire quanti medici, infermieri o specialisti serviranno. Significa anche capire quali competenze e quali figure professionali richiederà la tutela della salute nei prossimi anni. Una popolazione sempre più anziana, l’aumento delle malattie croniche, lo sviluppo dell’assistenza domiciliare, i nuovi servizi nelle farmacie e l’uso crescente delle tecnologie cambiano il modo in cui ci prendiamo cura delle persone.
Serve quindi un’analisi periodica dei nuovi fabbisogni professionali per adeguare rapidamente i percorsi universitari e formativi e consentire al Servizio sanitario di assumere le professionalità di cui avrà bisogno.
C’è poi una regola che deve valere per ogni investimento. Nessuna nuova struttura, tecnologia o servizio può essere programmata senza indicare insieme il personale che lo farà funzionare, i costi di gestione e di manutenzione, il collegamento con la rete dei servizi e i risultati attesi.
Se manca il personale, l’opera non è finita.
PERCHÉ SERVE La programmazione esiste già, ma formazione, specializzazioni e assunzioni non sempre procedono insieme e con lo stesso orizzonte temporale. Formare un medico richiede molti anni, e anche per infermieri e altre professioni sanitarie occorre sapere con anticipo quante persone entreranno nel lavoro e quante ne usciranno. Inoltre, il problema non è uguale dappertutto. Possono mancare alcune specialità in determinati territori, mentre per gli infermieri esiste anche una carenza più generale.
Non possiamo progettare la tutela della salute di domani usando automaticamente la stessa organizzazione professionale di oggi. In molti Paesi infermieri con competenze avanzate, farmacisti e altre figure hanno assunto nuovi compiti nella prevenzione, nella gestione delle patologie croniche e nell’assistenza territoriale, lavorando insieme ai medici. Non si tratta di sostituire le professioni tradizionali, ma di completarle con competenze che permettano di rispondere meglio a bisogni che stanno cambiando. Anche l’OMS sottolinea che i professionisti sanitari del futuro avranno ruoli e compiti diversi e dovranno acquisire nuove competenze, comprese quelle digitali.
Il rischio è già visibile. Con il PNRR sono state finanziate in tutto il Paese Case e Ospedali di Comunità. A fine 2025, secondo il monitoraggio Agenas, su oltre 1.700 Case della Comunità programmate solo 66 erano pienamente operative, con tutti i servizi e il personale previsto. Appena 204 avevano la presenza medica richiesta e 216 quella infermieristica. Degli Ospedali di Comunità previsti, ne risultavano attivi 163 su 594. Secondo stime basate sugli stessi dati, per far funzionare le Case della Comunità mancano oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri.
Una struttura aperta senza personale è una spesa che non cura nessuno.
COSA CAMBIA Oggi il fabbisogno di personale si stabilisce anno per anno. Con la proposta diventa una programmazione pluriennale che collega bisogni di salute, fabbisogni professionali, pensionamenti, formazione e assunzioni, mettendo insieme informazioni che in gran parte esistono già.
Ogni anno le previsioni vengono confrontate con ciò che è realmente accaduto, quanti professionisti sono stati formati, quanti sono entrati nel Servizio sanitario, dove lavorano e quali carenze restano aperte. Gli esiti della verifica sono pubblici.
Ma la verifica riguarda anche come stanno cambiando le cure e quando servono competenze o figure nuove, i percorsi universitari e formativi, le regole professionali e le dotazioni di personale si adeguano rapidamente.
19 Una persona, un progetto, un referente. E sostegno a chi se ne prende cura
«Una persona è una sola. Un progetto, un referente e sostegni reali anche per chi se ne prende cura. Non deve essere la famiglia a tenere insieme ciò che lo Stato può coordinare.»
LA PROPOSTA Una persona anziana non autosufficiente o una persona con disabilità, e la sua famiglia, hanno un solo sportello a cui rivolgersi quando hanno bisogno di assistenza. È il punto unico di accesso, nella Casa della Comunità del proprio territorio, ma la richiesta può partire anche dal medico di famiglia, dall’ospedale o dai servizi sociali del Comune. Da lì in poi la famiglia ha un referente preciso che la accompagna nel tempo.
Dopo questa prima richiesta di aiuto è il sistema pubblico a mettere insieme la valutazione dei bisogni sanitari, assistenziali e sociali e a costruire un progetto personale che indica con chiarezza quali servizi e sostegni attivare, chi deve fornirli e in quali tempi.
Il cittadino non deve rivolgersi separatamente ad Asl, Comune e altri uffici per ricomporre da solo il percorso. Se i bisogni cambiano, il progetto viene aggiornato senza ricominciare da capo.
Con il consenso della persona assistita, il progetto considera anche il carico di chi se ne prende cura ogni giorno e prevede, quando necessario, sostegni al caregiver, come periodi di sollievo, assistenza sostitutiva temporanea, formazione e strumenti per conciliare la cura con il lavoro o lo studio. Questi sostegni si aggiungono ai servizi dovuti alla persona assistita e non li sostituiscono.
Il percorso comincia prima del ritorno a casa. Quando una persona con bisogni assistenziali complessi viene dimessa dall’ospedale, la dimissione è collegata a un percorso territoriale già definito e, quando serve, già attivato. Prima di uscire, la famiglia sa chi la seguirà, quali servizi arriveranno a casa e da quale giorno.
PERCHÉ SERVE Accesso unico, valutazione multidimensionale e progetto individuale sono già previsti, in forme diverse, per la non autosufficienza e per la disabilità. Anche il caregiver è già riconosciuto dalla legge, e nel 2026 è all’esame del Parlamento una disciplina più organica.
Ma gran parte di questi strumenti è ancora sulla carta o in sperimentazione. La valutazione unificata dei bisogni delle persone anziane partirà nelle aree pilota nel 2027 e su tutto il territorio soltanto dal 2028. E dove gli strumenti esistono, appartengono a percorsi diversi e coinvolgono amministrazioni e servizi differenti.
Per una famiglia questo può significare dover contattare più uffici, ripetere le stesse informazioni, capire da sola chi deve fare cosa e sollecitare l’attivazione dei diversi interventi. La difficoltà aumenta quando una stessa persona ha insieme bisogni sanitari, assistenziali e sociali. Anche chi presta ogni giorno assistenza familiare può avere bisogno di sostegno, ma il suo carico di cura non sempre viene considerato all’interno dello stesso percorso.
Il momento più fragile è spesso proprio il ritorno a casa dopo un ricovero. Le dimissioni protette sono già previste, ma in molti casi la famiglia scopre soltanto all’uscita di dover organizzare da sola assistenza, ausili e servizi.
COSA CAMBIA Oggi è la famiglia a tenere insieme servizi e amministrazioni diversi. Con la proposta lo fa il sistema pubblico. Dopo il primo accesso c’è un referente che accompagna il percorso, e i bisogni sanitari, assistenziali e sociali confluiscono in un unico progetto personale, con tempi e responsabilità precisi. Se le condizioni cambiano, il progetto si aggiorna senza ricominciare da capo.
Chi assiste ogni giorno entra nello stesso percorso. Il suo carico di cura viene valutato e sostenuto, senza togliere nulla a ciò che spetta alla persona assistita.
Nessuno esce dall’ospedale senza sapere chi lo prenderà in carico a casa.
20 Per la casa, recuperare gli alloggi pubblici vuoti, affittare al Comune le case private sfitte e intervenire prima dello sfratto
«Una casa pubblica vuota deve avere una ragione e una data per tornare disponibile. Una famiglia in difficoltà temporanea va aiutata prima che la morosità diventi uno sfratto. Una casa privata sfitta può tornare abitata se il Comune la prende in affitto e garantisce al proprietario il canone e la riconsegna. E il valore che la città produce deve tornare alla città, anche come casa.»
LA PROPOSTA Prima di tutto, sapere quante case pubbliche possono tornare disponibili. Ogni ente proprietario pubblica un quadro aggiornato dei propri alloggi, distinguendo quelli assegnati, quelli liberi, quelli vuoti ma recuperabili con lavori e quelli non recuperabili in tempi ragionevoli. Gli alloggi recuperabili entrano in un programma pluriennale con costo, priorità, tempi e data prevista di riassegnazione. Dove il patrimonio esistente non basta, se ne costruisce di nuovo.
Poi, fermare gli sfratti prima che arrivino. Una famiglia a basso reddito che perde il lavoro o subisce un forte calo del reddito può chiedere rapidamente un sostegno temporaneo, versato direttamente al proprietario. Quando il contratto può tornare sostenibile, il sostegno si accompagna a una mediazione per rinegoziare il debito o le condizioni di pagamento.
Per le case private sfitte, l’affitto garantito. Il Comune prende in affitto gli alloggi dai proprietari che lo desiderano, garantisce il canone per tutta la durata del contratto anche se l’inquilino non paga, e li assegna in subaffitto a canone sostenibile alle famiglie che ne hanno bisogno. Lo Stato copre la differenza tra i due canoni e i costi di gestione, il Comune sceglie gli alloggi e le famiglie. La casa resta del proprietario, che ha la certezza dell’affitto e la riconsegna alla scadenza. Una cornice nazionale definisce contratti tipo, durata, garanzie e finanziamento. L’affitto garantito parte come sperimentazione di tre anni in alcune città con forte tensione abitativa, e si estende solo se i risultati, in alloggi rimessi in affitto e costi sostenuti, lo confermano.
Le risorse vengono anche da dove si forma la rendita. Quando il Comune cambia la destinazione di un’area o consente di costruire di più, il valore di quel terreno cresce senza che il proprietario abbia fatto nulla. Per questo la legge già prevede che chi ne beneficia versi al Comune almeno metà di quel guadagno, con il contributo straordinario. Quella somma, insieme a una quota degli oneri che chi costruisce paga per strade, scuole e servizi, alimenta un fondo comunale vincolato al recupero degli alloggi pubblici e all’affitto garantito, che si aggiunge al finanziamento dello Stato e non lo sostituisce. Per i Comuni più piccoli interviene un fondo statale di perequazione. Nelle grandi trasformazioni urbane, una quota degli alloggi realizzati resta stabilmente in affitto a canone sostenibile per giovani, studenti, lavoratori dei servizi essenziali e famiglie con un solo reddito.
Infine, le trasformazioni si discutono prima di deciderle. Il dibattito pubblico, oggi previsto per le grandi opere, si estende ai piani di rigenerazione urbana e agli accordi tra Comune e privati sopra una soglia fissata dalla legge. Chi abita un quartiere deve sapere che cosa cambierà, quanti alloggi resteranno accessibili e che cosa riceverà la città. Prima della decisione, non dopo.
PERCHÉ SERVE Gli strumenti esistono già. Ci sono programmi per recuperare gli alloggi pubblici inutilizzati e un Fondo per la morosità incolpevole, destinato alle famiglie che non riescono più a pagare l’affitto perché hanno perso il lavoro o gran parte del reddito. Il problema è farli funzionare prima e in modo più trasparente. Per le case pubbliche non basta sapere quante sono vuote, bisogna sapere perché e quando torneranno disponibili. Per gli affitti privati, il Fondo interviene di norma soltanto quando lo sfratto per morosità è già stato intimato. Ma se la difficoltà è temporanea e il contratto può ancora essere salvato, conviene intervenire prima.
Molte case private, poi, restano vuote perché i proprietari temono di non essere pagati o di dover aspettare anni per riavere l’immobile. In Europa l’affitto garantito esiste già. A Lisbona il Comune prende in affitto alloggi privati e li subaffitta alle famiglie. In Belgio le agenzie immobiliari sociali garantiscono il canone ai proprietari e affittano a famiglie a reddito modesto. In quei Paesi alla garanzia si aggiungono vantaggi fiscali. Da noi si parte senza. La sperimentazione serve a verificare se la certezza del canone e della riconsegna basta da sola a convincere i proprietari. Barcellona, invece, riserva all’edilizia protetta una quota delle nuove abitazioni e delle grandi ristrutturazioni. In Italia diversi Comuni hanno agenzie sociali per la locazione, che però fanno soprattutto da intermediari, con fondi di garanzia, senza diventare direttamente affittuari.
C’è poi una parte del Paese che nessuno strumento raggiunge davvero. Chi guadagna troppo per una casa popolare e troppo poco per un affitto di mercato, nelle città dove lavora o studia, resta senza risposta. Infermieri, insegnanti, autisti, studenti fuori sede, giovani al primo contratto. Senza una casa non si diventa adulti, non si va a vivere da soli, non si costruisce una famiglia. In un Paese in cui nascono sempre meno bambini, anche questo pesa.
Intanto le trasformazioni urbane producono valore grazie a decisioni pubbliche, come una variante o un cambio di destinazione d’uso. La legge consente già di destinare il contributo straordinario anche all’edilizia residenziale sociale, ma resta una possibilità tra molte e raramente diventa una politica. E il dibattito pubblico vale per una ferrovia o un’autostrada, non per la trasformazione di un intero quartiere.
COSA CAMBIA Oggi si interviene quasi sempre dopo. Dopo che una casa pubblica è rimasta vuota per anni, dopo che lo sfratto è stato intimato, dopo che un quartiere è già stato trasformato. Con la proposta si interviene prima.
La casa smette di essere un problema che si affronta quando è ormai diventato un’emergenza.
Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/uguaglianza/diritti-sociali.