Vai al contenuto

Cerca nel sito

Sei strade verso l’uguaglianza
Strada 5

Uguali nel lavoro, nelle competenze e nell’integrazione

Lavoro sicuro, salari adeguati, formazione, innovazione e integrazione devono aumentare l’autonomia delle persone, allargare la partecipazione e fare in modo che la crescita produca opportunità condivise.

Il punto di partenza è un lavoro pagato il giusto e tassato con equità, e svolto in sicurezza, con lo Stato accanto a chi segnala un pericolo e a chi un incidente lo ha subito. Poi c’è il tempo della cura, che oggi pesa quasi sempre su una sola persona. Chi riduce l’orario per i figli deve poter tornare a tempo pieno, e se il matrimonio finisce, la pensione costruita negli anni passati insieme deve restare di tutti e due. Il lavoro cambia, e le competenze devono seguire la persona da un impiego all’altro, mentre le piccole imprese devono poter usare le nuove tecnologie senza restare indietro. Il lavoro in Italia è fatto anche da chi arriva e da chi torna. Chi arriva deve trovare regole chiare e un percorso di integrazione, chi è partito deve trovare una porta aperta per rientrare. Infine, chi ha meno di 40 anni deve trovare posto anche nei consigli dove si decide il futuro delle imprese.

27 La sicurezza sul lavoro deve cominciare prima dell’incidente e non lasciare sole le vittime

«La sicurezza non comincia dopo un incidente. I dati devono servire a capire prima dove il rischio è maggiore e a portare lì i controlli. E se l’incidente avviene, chi lo ha subito non può essere lasciato solo.»

LA PROPOSTA I dati già disponibili servono a concentrare i controlli dove il rischio è maggiore, cioè su imprese, settori e lavorazioni. La banca dati nazionale sulla sicurezza, che raccoglie informazioni su imprese, infortuni, sanzioni e formazione, diventa lo strumento con cui gli enti di controllo decidono dove intervenire, prima che accada un incidente.

Negli appalti e nei subappalti è sempre possibile sapere chi lavora, per quale impresa e chi risponde della sicurezza nelle diverse fasi. Il badge di cantiere, oggi previsto per l’edilizia, si estende ai settori con catene di appalto lunghe e rischi elevati, come logistica, agricoltura, manutenzioni e servizi.

Chi segnala un pericolo è protetto, in qualunque impresa lavori. Le tutele che la legge riconosce a chi segnala illeciti valgono per ogni lavoratore che denuncia una violazione delle norme sulla sicurezza o una situazione di sfruttamento, anche nelle imprese più piccole. Non può essere licenziato, trasferito o penalizzato per averlo fatto. E se lo è, spetta al datore di lavoro dimostrare che la segnalazione non c’entra.

Il controllo non si ferma ai confini. Nei settori in cui lavorano molti lavoratori distaccati da altri Paesi o assunti da imprese straniere, le ispezioni si coordinano con l’Autorità europea del lavoro e con gli ispettorati degli altri Stati, che già oggi possono svolgere controlli congiunti.

Chi è sfruttato non deve temere il controllo. Il lavoratore trovato in condizioni di sfruttamento viene accompagnato verso un lavoro regolare, con formazione e, se straniero, con il permesso di soggiorno che la legge già prevede per chi denuncia lo sfruttamento.

Chi sfrutta i lavoratori non riceve denaro pubblico. Se un’impresa che riceve contributi, incentivi o agevolazioni viene condannata per sfruttamento del lavoro o per gravi violazioni delle norme sulla sicurezza, l’amministrazione che eroga l’aiuto ne viene informata automaticamente, attraverso lo stesso sistema che verifica le imprese negli appalti. L’aiuto viene sospeso e, quando la condanna diventa definitiva, revocato. Il denaro pubblico va a chi rispetta le regole.

E quando l’incidente avviene, la vittima non resta sola. Chi subisce un grave infortunio sul lavoro o si ammala per il lavoro svolto, e in caso di morte i suoi familiari, ha diritto al patrocinio a spese dello Stato nel processo che ne accerta le responsabilità, senza i limiti di reddito ordinari.

PERCHÉ SERVE Le regole sulla sicurezza esistono già e negli ultimi anni sono state rafforzate. Nei cantieri è stata introdotta la patente a crediti, sono stati previsti nuovi strumenti per identificare i lavoratori e i controlli devono concentrarsi di più anche sulle imprese che operano in subappalto. Le amministrazioni dispongono di sempre più informazioni su imprese, infortuni, irregolarità e attività svolte.

Ma gran parte di questi strumenti riguarda l’edilizia. In logistica, agricoltura, manutenzioni e servizi le catene di appalto possono essere altrettanto lunghe, e lungo quelle catene è più difficile sapere chi lavora e chi risponde della sicurezza.

Ma la prevenzione dipende anche da chi lavora. Chi vede un pericolo spesso tace, perché teme di perdere il posto, e chi è sfruttato evita i controlli invece di cercarli. Le tutele per chi segnala illeciti, poi, non valgono in tutte le imprese, e nelle più piccole spesso non valgono affatto. E dopo un incidente le vittime affrontano spesso da sole processi lunghi e complessi. Oggi il patrocinio a spese dello Stato senza limiti di reddito è riconosciuto alle vittime di alcuni reati, come la violenza sessuale o i maltrattamenti in famiglia. Chi si ammala per l’amianto respirato in fabbrica, chi resta segnato da un grave infortunio e chi perde un familiare sul lavoro merita la stessa tutela, senza dipendere dalla soglia ordinaria, che è molto bassa. Così una famiglia di reddito modesto, ma sopra quella soglia, si trova di fronte a imprese e assicurazioni che hanno ben altri mezzi.

E troppo spesso i controlli si fermano al confine e alla sanzione. Nei settori con molti lavoratori distaccati, l’impresa straniera che li impiega è difficile da raggiungere per un ispettorato che agisce da solo. E un’impresa condannata per aver sfruttato i lavoratori può continuare a ricevere contributi pubblici, se chi li eroga non ne viene informato.

COSA CAMBIA Oggi controlli, banche dati e nuovi strumenti di sicurezza esistono già, ma lavorano spesso separati e riguardano soprattutto i cantieri. La proposta li collega in un sistema di prevenzione che concentra i controlli dove il rischio è maggiore e rende leggibili le responsabilità in tutti gli appalti e subappalti, non solo in edilizia.

I dati non servono più soltanto a ricostruire che cosa è successo dopo un incidente, ma a impedirlo. E chi subisce un grave infortunio, o la sua famiglia, ha un avvocato pagato dallo Stato nel processo che ne accerta le responsabilità.

28 Part time per qualche anno, con il diritto di tornare a tempo pieno

«Ridurre l’orario per qualche anno non può voler dire rinunciare per sempre al tempo pieno. Il part time deve avere un biglietto di ritorno.»

LA PROPOSTA Chi lavora a tempo pieno può chiedere di ridurre l’orario per un periodo stabilito fin dall’inizio, da uno a cinque anni. Non deve spiegare il perché, e il diritto vale allo stesso modo per lavoratrici e lavoratori.

L’azienda può dire di no soltanto per ragioni organizzative serie e documentate. Le imprese più piccole, sotto una soglia di dipendenti fissata dalla legge, sono escluse. Alla fine del periodo la persona torna automaticamente all’orario pieno, e il suo posto a tempo pieno resta suo.

Un esempio. Sara lavora a tempo pieno in un’azienda di trecento dipendenti. Alla nascita del secondo figlio chiede il part time per tre anni. Oggi, finiti i tre anni, può tornare a tempo pieno solo se l’azienda è d’accordo o se si libera un posto, e molte restano a part time per sempre. Con la proposta, dopo tre anni Sara torna a tempo pieno. Lo stesso vale per suo marito, se a chiedere la riduzione è lui.

PERCHÉ SERVE Oggi i genitori con figli fino a tredici anni hanno la precedenza quando chiedono il part time, e chi è passato al part time ha la precedenza se l’azienda assume a tempo pieno per le stesse mansioni. Ma è soltanto una precedenza nelle nuove assunzioni, non il diritto di tornare al proprio orario. Se l’azienda non assume si resta a orario ridotto, e il ritorno dipende dal contratto collettivo o dalla disponibilità dell’azienda.

Così un part time chiesto per qualche anno diventa spesso definitivo. A chiederlo sono soprattutto le donne, che lo pagano due volte, con uno stipendio più basso oggi e una pensione più bassa domani. In Germania, dal 2019, chi lavora in un’impresa con più di 45 dipendenti può ridurre l’orario da uno a cinque anni e poi tornare all’orario di prima.

COSA CAMBIA Oggi chi chiede il part time sa quando comincia, ma non sa se potrà tornare indietro. Con la proposta lo sa fin dal primo giorno. Il part time diventa un ponte, non una trappola. E l’azienda sa in anticipo quanto durerà la riduzione e può organizzarsi.

Cambia anche per i padri. Se ridurre l’orario non significa rinunciare per sempre al tempo pieno, è più facile che a farlo sia anche lui, e la cura dei figli smette di pesare su una sola persona.

29 La pensione costruita durante il matrimonio è di tutti e due

«Se uno dei due ha lavorato meno per crescere i figli, quella scelta l’hanno fatta in due. Anche la pensione costruita in quegli anni deve essere di tutti e due.»

LA PROPOSTA Durante il matrimonio ciascuno dei coniugi versa i contributi per la propria pensione. Chi guadagna di più ne versa di più. Chi riduce il lavoro per crescere i figli o assistere un familiare ne versa di meno, e da anziano avrà una pensione più bassa.

Quando il matrimonio o l’unione civile finisce con il divorzio, l’INPS, insieme alle casse previdenziali a cui sono iscritti, somma i contributi versati da entrambi negli anni in cui erano sposati e li divide in due parti uguali. Ognuno si ritrova la sua metà e su quella costruisce la propria pensione. La regola vale allo stesso modo per lui e per lei, e protegge chi dei due ha versato meno.

Contano soltanto gli anni del matrimonio, e ciò che ciascuno ha versato prima e dopo resta suo. La divisione avviene d’ufficio appena arriva la sentenza di divorzio, senza bisogno di domanda. Si può fare diversamente solo se il giudice verifica che chi rinuncia riceve una tutela equivalente. Sono esclusi i matrimoni di brevissima durata. La coppia può anche scegliere di dividere i contributi mentre è ancora sposata, per esempio negli anni in cui uno dei due lavora part time per seguire i figli.

Nessuno paga due volte. Quando stabilisce l’assegno di divorzio e le quote di liquidazione e di reversibilità che oggi spettano all’ex coniuge, il giudice tiene conto della divisione già fatta, così che lo stesso sacrificio non venga compensato due volte.

Un esempio. Marta e Luca restano sposati quindici anni. Luca lavora a tempo pieno e versa 150 mila euro di contributi, Marta lavora part time per seguire i figli e ne versa 50 mila. Oggi, se divorziano, Marta resta con i suoi 50 mila e avrà una pensione molto bassa. Con la proposta ciascuno si ritrova 100 mila euro di contributi per quegli anni.

PERCHÉ SERVE Le donne in Italia ricevono pensioni molto più basse degli uomini.

Nel 2025 la pensione previdenziale media è stata di circa 2.260 euro al mese per gli uomini e di circa 1.492 per le donne, il 34 per cento in meno. Per le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti privati la distanza arriva quasi al 45 per cento. Le cause sono note. Più part time, spesso non scelto, e carriere interrotte o rallentate per la cura della famiglia.

Dentro una coppia, decidere chi lavora meno quando nasce un figlio è una scelta fatta insieme. Ma il costo sulla pensione lo paga uno solo. Finché il matrimonio dura non si vede. Con il divorzio si vede tutto.

Oggi la legge riconosce all’ex coniuge il 40 per cento della liquidazione maturata negli anni di matrimonio e la pensione di reversibilità, o una sua parte, quando l’altro muore, ma soltanto se ha diritto all’assegno di divorzio e non si è risposato. Della pensione costruita insieme, invece, non si divide nulla. In Germania i diritti alla pensione maturati durante il matrimonio si dividono a metà dal 1977, in Svizzera dal 1997, anche quando i coniugi avevano scelto la separazione dei beni.

COSA CAMBIA Oggi chi ha lavorato meno per la famiglia esce dal divorzio con una pensione ridotta e con diritti che dipendono dall’ex. Con la proposta esce con una pensione sua, che nessuno può togliergli e che non perde se si risposa. Non si creano nuovi contributi, si dividono quelli già versati.

Se il costo di una scelta fatta in due viene diviso in due, quella scelta diventa più libera.

30 La formazione deve seguire il lavoratore da un lavoro all’altro

«Il lavoro può cambiare molte volte nel corso di una vita. Anche la formazione deve seguire la persona da un lavoro all’altro.»

LA PROPOSTA Ogni lavoratore ha un conto personale di formazione che lo accompagna per tutta la vita lavorativa, anche quando cambia impresa o occupazione. Il conto non contiene denaro liberamente spendibile, ma crediti utilizzabili soltanto per corsi e percorsi di formazione riconosciuti. Il lavoratore sa in ogni momento quali risorse ha a disposizione, sceglie tra percorsi accreditati e conserva i crediti non utilizzati quando cambia lavoro.

Il conto coordina e integra gli strumenti di formazione già esistenti, senza sostituirli, e prevede risorse aggiuntive per chi ha qualifiche più basse, lavora nelle imprese più piccole o deve aggiornare rapidamente le proprie competenze a causa dei cambiamenti tecnologici.

La formazione comincia prima che il lavoro si perda. Quando una trasformazione tecnologica mette concretamente a rischio alcune mansioni, i lavoratori coinvolti entrano in un percorso di formazione e ricollocazione prima dell’eventuale uscita dall’impresa. Il Fondo Nuove Competenze, la cassa integrazione e gli accordi di ricollocazione esistono già, ma diventano parti di un unico progetto, nel quale sostegno al reddito, aggiornamento delle competenze e ricerca di un nuovo lavoro, nell’impresa o altrove, procedono insieme con obiettivi verificabili.

PERCHÉ SERVE Oggi esistono diversi strumenti per finanziare la formazione dei lavoratori, ma l’accesso dipende dall’impresa in cui si lavora, dal fondo a cui aderisce, dal territorio o dalla situazione del momento. La formazione diventa così discontinua proprio quando una persona cambia lavoro o ha bisogno di nuove competenze. E chi ha qualifiche più basse o lavora in un’impresa piccola, che spesso ne avrebbe più bisogno, è anche chi si forma di meno.

Il cambiamento tecnologico rende il problema più urgente. Quando una mansione rischia di scomparire, la formazione arriva spesso dopo, quando il lavoro è già perso, invece che prima.

La proposta parte da un principio semplice. Le possibilità di formarsi devono seguire il lavoratore, non restare legate soltanto all’impresa in cui si trova in quel momento. È la stessa direzione indicata dall’Unione europea, che ha raccomandato agli Stati di introdurre conti individuali di formazione.

COSA CAMBIA Oggi molte opportunità di formazione sono legate all’azienda, al contratto o a un singolo programma. Con la proposta una parte delle risorse segue la persona. Il lavoratore ha un conto che conserva anche quando cambia impresa, vede i crediti disponibili e li usa per percorsi riconosciuti. Gli strumenti esistenti continuano a funzionare, coordinati con il conto personale.

E quando una mansione è a rischio, la formazione arriva prima e non dopo. Sostegno al reddito, nuove competenze e ricerca di un altro lavoro diventano un unico percorso.

La formazione non si interrompe più a ogni cambio di lavoro, e chi ha avuto meno opportunità riceve più risorse.

31 Aiutare le piccole imprese a usare davvero l’intelligenza artificiale

«Per una piccola impresa l’ostacolo non è soltanto avere accesso all’IA, ma sapere da dove cominciare, come preparare i dati e dove testare una soluzione prima di investirci.»

LA PROPOSTA Una piccola impresa che vuole capire se l’intelligenza artificiale può esserle utile ha un solo punto da cui cominciare. Presenta il proprio problema o obiettivo (per esempio ridurre gli sprechi, migliorare la produzione, automatizzare alcune attività o analizzare meglio i dati) e riceve una prima valutazione. Si verifica se dispone dei dati e delle competenze necessarie, quali problemi tecnici, di sicurezza o di rispetto delle regole vanno affrontati e quale tipo di supporto serve.

Da quel momento c’è un referente che accompagna l’impresa verso i servizi pubblici, o finanziati con risorse pubbliche, già disponibili. Il percorso può comprendere formazione del personale, preparazione e organizzazione dei dati, consulenza tecnica e la possibilità di provare una soluzione prima di spendere per adottarla. Quando servono grandi capacità di calcolo, l’impresa viene indirizzata anche alle infrastrutture nazionali ed europee dedicate all’intelligenza artificiale.

Alla fine della sperimentazione l’impresa sa, sulla base dei risultati, se la soluzione funziona e se conviene davvero investirci.

PERCHÉ SERVE Molti strumenti esistono già. In Italia e in Europa ci sono servizi, anche finanziati con risorse pubbliche, che aiutano le imprese a organizzare e usare i dati, formare il personale, ricevere assistenza tecnica, sperimentare nuove soluzioni e accedere, quando serve, a capacità di calcolo avanzate. Poli europei di innovazione digitale, Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio, Centri di competenza, infrastrutture europee di calcolo.

Per una piccola impresa il problema non è la mancanza di strumenti, ma capire quale usare, a chi rivolgersi e in quale ordine. Un imprenditore che non ha già competenze specialistiche sull’intelligenza artificiale non dovrebbe conoscere in anticipo la differenza tra programmi, centri e infrastrutture pubbliche per riuscire ad accedervi.

Il rischio è che a usare questi strumenti siano soprattutto le imprese che ne hanno meno bisogno, quelle grandi e già attrezzate, mentre le piccole restano indietro.

COSA CAMBIA Oggi una piccola impresa trova diversi servizi di supporto, ma deve capire da sola quale fa per lei. Con la proposta è il sistema a farlo. L’impresa entra da un solo punto e spiega il problema che vuole risolvere. Le viene assegnato un referente, che la indirizza al servizio più adatto e la accompagna fino alla prova concreta della soluzione.

Se l’esperimento funziona, l’impresa può decidere di investire. Se non funziona, si ferma prima di sostenere una spesa più costosa.

La novità non è costruire nuovi centri o nuove infrastrutture, ma collegare quelli che esistono e trasformarli in un percorso semplice e riconoscibile per le piccole imprese.

32 Una struttura nazionale per governare immigrazione e integrazione

«L’immigrazione non si governa distribuendone i singoli pezzi tra amministrazioni diverse. Serve un centro nazionale che tenga insieme ingressi legali, lavoro, accordi con i Paesi di origine, rimpatri e integrazione, e che risponda dei risultati.»

LA PROPOSTA L’immigrazione viene governata come una politica strutturale, attraverso un unico centro nazionale, nella forma di un Ministero dedicato o di un’Agenzia nazionale con una responsabilità politica chiara. La struttura riunisce competenze, personale, risorse e banche dati oggi frammentati. Programma i flussi regolari in rapporto ai fabbisogni del lavoro, governa accoglienza e integrazione e, insieme al Ministero degli Esteri, negozia con i Paesi di origine accordi su ingressi legali, formazione, cooperazione, riammissioni e rimpatri. Al Ministero dell’Interno restano i controlli sugli ingressi, l’esecuzione dei rimpatri e l’ordine pubblico.

Per questo va superata la Bossi-Fini. Gli ingressi regolari si legano alle esigenze reali del Paese, e gli accordi con i Paesi di origine rendono effettivi i rimpatri, quando sono previsti.

Per chi resta, l’integrazione diventa un percorso con impegni chiari. Imparare l’italiano, lavorare in regola, mandare i figli a scuola, conoscere e rispettare i diritti e i doveri della comunità di cui si entra a far parte.

PERCHÉ SERVE Oggi le competenze sono divise tra Interno, Lavoro, Esteri, Prefetture, Questure, Regioni ed enti locali, e ingressi, lavoro, accoglienza e integrazione procedono separati. Manca soprattutto una regia nazionale stabile sull’inclusione.

Pesa anche una legge, la Bossi-Fini, che pretende che si abbia già un lavoro prima di entrare ma impedisce di entrare per cercarlo. E il sistema dei flussi non funziona. Nel 2024, secondo il rapporto della campagna Ero Straniero, meno di una quota su cinque si è tradotta in un permesso di soggiorno. Chi resta fuori da questo percorso finisce spesso nell’irregolarità, e con l’irregolarità crescono marginalità e insicurezza.

E senza un percorso chiaro di integrazione, anche chi è in regola resta ai margini.

COSA CAMBIA Oggi l’immigrazione è divisa tra molte amministrazioni. Con la proposta le funzioni si concentrano in una struttura unica, con risorse, obiettivi e risultati verificabili, senza creare un’ulteriore cabina di regia.

Gli ingressi regolari seguono i bisogni reali del lavoro, e gli accordi con i Paesi di origine rendono effettivi i rimpatri quando sono previsti.

L’integrazione diventa una responsabilità nazionale permanente, con impegni chiari per chi resta.

33 Chi vuole tornare deve trovare una porta sola e regole chiare

«Partire può essere una scelta. Tornare non deve essere un’impresa. Chi vuole rientrare deve trovare una porta sola e qualcuno che lo accompagni dall’inizio alla fine.»

LA PROPOSTA Chi vive all’estero e pensa di tornare in Italia ha un solo punto da cui cominciare e un referente che lo accompagna. Presenta una richiesta, anche a distanza o attraverso la rete consolare, e riceve in un unico percorso le informazioni e il sostegno che oggi deve cercare da solo presso uffici diversi. Il percorso comprende le opportunità di lavoro e i servizi per l’impiego, il regime fiscale per chi rientra, il riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche professionali, l’iscrizione dei figli a scuola, la ricerca di una casa e le pratiche anagrafiche, previdenziali e sanitarie.

Il referente non sostituisce le amministrazioni competenti, le coordina. Chi rientra non presenta più volte gli stessi documenti e non deve ricostruire da solo un percorso che attraversa ministeri, enti e Comuni.

Chi decide di tornare sa fin dall’inizio a quali condizioni rientra. Lo sportello unico gli indica quale regime fiscale si applica al suo caso, per quanto tempo e con quali requisiti, così che la scelta di tornare si faccia con informazioni certe.

PERCHÉ SERVE Non è la partenza il problema, è il saldo. Un’esperienza all’estero arricchisce chi parte e può arricchire il Paese, se poi si torna o se altri arrivano. Ma dal 2011 sono partiti circa 630.000 giovani, molti dei quali laureati, e il CNEL stima in circa 160 miliardi di euro il valore del capitale umano che l’Italia ha formato e poi perduto. Gli arrivi e i ritorni non compensano le partenze.

Chi pensa di rientrare trova davanti a sé uffici diversi, ognuno competente per una parte del percorso, e regole fiscali cambiate più volte, l’ultima nel 2024 con un forte ridimensionamento. Chi deve spostare una famiglia, lasciare un lavoro e iscrivere i figli a scuola ha bisogno di conoscere con chiarezza, prima di partire, le condizioni su cui potrà contare.

Altri Paesi hanno scelto di accompagnare il ritorno. La Spagna, con il Plan de Retorno, ha creato un ufficio unico che affianca chi rientra su lavoro, pratiche e casa.

COSA CAMBIA Oggi il rientro è una somma di pratiche separate. Con la proposta diventa un percorso unico, con una porta sola e qualcuno che risponde dall’inizio alla fine.

Non nasce una nuova agenzia. Si collegano servizi che esistono già, dalla rete consolare ai servizi per l’impiego, e si affida a un responsabile riconoscibile il compito di tenerli insieme.

Non si introducono nuove agevolazioni fiscali. Il valore della proposta sta nel percorso unico, che porta a chi rientra tutte le informazioni e i servizi di cui ha bisogno.

34 Quota futuro. Più giovani nei consigli delle società

«Un Paese che invecchia ha bisogno di sguardi rivolti avanti. Il futuro si decide meglio se al tavolo siede anche chi lo vivrà.»

LA PROPOSTA Nei consigli di amministrazione delle società quotate e delle società controllate dalle pubbliche amministrazioni, almeno un decimo dei componenti deve avere meno di 40 anni al momento della nomina. Nei consigli più piccoli, a partire da quelli di cinque persone, almeno un componente deve avere meno di 40 anni. La regola vale dai prossimi rinnovi.

La vigilanza è affidata alla Consob per le società quotate e alle amministrazioni che controllano le società pubbliche, con lo stesso percorso previsto dalla legge sulle quote di genere. Prima la diffida, poi la sanzione, infine la decadenza del consiglio che non rispetta la regola. La stessa quota vale per le nomine del Governo negli enti pubblici.

Le grandi società non quotate devono pubblicare ogni anno la composizione per età dei propri consigli di amministrazione e spiegare perché, se tra i componenti non c’è nessuno sotto i 40 anni. La misura dura sei mandati, poi se ne verificano i risultati.

Un esempio. Una società pubblica dell’energia ha un consiglio di nove componenti, tutti con più di cinquant’anni. Al prossimo rinnovo almeno uno dovrà avere meno di 40 anni. Chi li nomina potrà scegliere tra molte persone già preparate, che oggi a quel tavolo non arrivano mai.

PERCHÉ SERVE Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini, con 1,14 figli per donna. L’età media della popolazione è di 47,1 anni e una persona su quattro ha più di 65 anni. Contrastare la denatalità è necessario, ma avere un figlio resta una scelta delle persone. Lo Stato può togliere gli ostacoli, non può decidere al posto loro.

Per questo non basta agire sulle cause. Bisogna affrontare anche gli effetti. Il primo effetto è un Paese che cammina con gli occhi rivolti all’indietro. Tende a proteggere ciò che c’è, a rinviare gli investimenti, a dare priorità a chi ha già.

Lo si vede anche dove si decide. Nelle società quotate l’età media dei consiglieri di amministrazione è di 58,3 anni. La legge Golfo-Mosca ha dimostrato che una regola temporanea può cambiare in pochi anni la composizione dei vertici. Oggi le donne hanno quasi il 44% degli incarichi di amministratore nelle società quotate. Le competenze c’erano già. Mancava la porta per entrare. Vale lo stesso per chi ha meno di 40 anni.

COSA CAMBIA Chi ha meno di 40 anni entra nei luoghi dove si decide il futuro delle imprese. Porta lo sguardo di chi vivrà più a lungo con gli effetti di quelle decisioni, sugli investimenti, sulla tecnologia, sull’ambiente e sul lavoro.

Le grandi società non quotate non hanno l’obbligo della quota, ma devono rendere visibile la loro scelta. Un Paese che lascia spazio ai giovani nei luoghi delle decisioni dà loro una ragione in più per restare. La proposta non ha costi per il bilancio pubblico.

Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/uguaglianza/lavoro.