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Sei strade verso l’uguaglianza
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Scegliere una direzione per la crescita

Le sei strade percorrono l’uguaglianza nei suoi diversi ambiti. Questa proposta tiene insieme crescita e capacità di scegliere una direzione. Perché senza un’economia che investe, innova e crea lavoro di qualità, anche l’uguaglianza resta più fragile. Non è un’aggiunta fuori tema, ma la proposta che dà senso al nome Più Uno e concentra ricerca, formazione, infrastrutture e investimenti su poche priorità riconoscibili. E la crescita che serve è quella che arriva anche dove oggi il lavoro manca, perché una ricchezza che resta concentrata in pochi luoghi non rende il Paese più uguale.

44 Scegliere poche filiere strategiche e concentrare ricerca, formazione e investimenti. E nuovi investimenti nella ricerca strategica

«Non possiamo distribuire risorse in tutte le direzioni. Dobbiamo scegliere dove l’Italia ha competenze da rafforzare e possibilità concrete di crescere, e concentrare lì gli investimenti, a partire dalla ricerca. E fare in modo che il lavoro che nasce arrivi anche dove oggi manca.»

LA PROPOSTA L’Italia ha già mappato le proprie filiere produttive e dispone di una strategia industriale. Manca però una strategia capace di concentrare le risorse fino a raggiungere una massa critica che rafforzi davvero la crescita. E soprattutto sono ancora troppo poche le risorse per la ricerca che sostiene le filiere, e con esse la crescita. Il passo ulteriore è scegliere, per un ciclo di programmazione di cinque anni, quanto dura una legislatura, poche priorità nazionali su cui concentrare in modo coerente gli strumenti pubblici, dalla ricerca e dal trasferimento tecnologico alla formazione tecnica, dalle infrastrutture all’energia, dall’accesso al capitale agli incentivi agli investimenti.

La scelta avviene con criteri pubblici (competenze esistenti, potenziale di crescita e produttività, occupazione qualificata, lavoro qualificato da creare dove oggi manca, a cominciare dal Mezzogiorno e dalle aree interne, vulnerabilità delle catene di fornitura e autonomia strategica) e viene riesaminata periodicamente.

La scelta tiene insieme strumenti che queste proposte già prevedono. Per ogni filiera prioritaria si programmano insieme la formazione tecnica superiore degli ITS Academy (proposta 25), la ricerca e il personale che la realizza (proposta 26), la formazione che segue i lavoratori da un impiego all’altro (proposta 30), l’accompagnamento delle piccole imprese verso l’intelligenza artificiale (proposta 31) e un’energia a prezzi stabili, con reti e accumuli adeguati (proposte 37 e 39). All’inizio del ciclo, per ogni filiera si indica quanti posti di lavoro qualificato si vogliono creare e in quali territori. Ogni anno si verifica a che punto si è, e alla fine dei cinque anni se l’obiettivo è stato raggiunto. Per tutto il ciclo le priorità e gli incentivi non cambiano, così chi investe sa su che cosa può contare.

Gli incentivi collegati a queste priorità restano stabili per tutto il ciclo e si finanziano concentrando su queste priorità gli incentivi esistenti, oggi dispersi in molte direzioni, senza risorse aggiuntive. Prima di crearne di nuovi si valuta l’effetto di quelli in vigore, e quelli che non producono risultati liberano risorse per le filiere scelte. Per gli investimenti più complessi è possibile ottenere in anticipo una certificazione che l’investimento rientra nell’agevolazione, così da evitare contestazioni quando l’investimento è già fatto.

Per la ricerca, invece, servono risorse nuove. Con il PNRR sono nati centri nazionali, partenariati e ecosistemi dell’innovazione che hanno messo insieme università, enti di ricerca e imprese, e molti hanno dato buoni risultati. I loro finanziamenti finiscono nel 2026. La proposta istituisce un Fondo per la ricerca strategica, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione, che porta avanti le esperienze migliori nate con il PNRR e le concentra sulle filiere prioritarie.

Il Fondo funziona come un partenariato pubblico-privato. Ogni progetto nasce da un accordo tra università o enti di ricerca e imprese della filiera, che ne condividono obiettivi, costi e risultati. Le imprese cofinanziano ogni progetto con risorse proprie, e senza cofinanziamento privato il progetto non viene finanziato. Così ogni euro pubblico ne attiva altri privati, e la ricerca nasce già orientata a chi dovrà usarne i risultati. I progetti sono scelti con una valutazione indipendente e finanziati su più anni.

La parte pubblica del Fondo cresce per gradi, fino a circa 750 milioni di euro l’anno a regime, a cui si aggiungono le risorse delle imprese. La gradualità serve a dare a imprese e università il tempo di costruire insieme piani di ricerca pluriennali e strategici. In passato i fondi aggiuntivi arrivati tutti insieme hanno finito spesso per finanziare ricerche già avviate, senza aggiungere nulla. Il Fondo deve pagare ricerca nuova, pensata per le filiere scelte.

Un esempio. Tra le priorità si sceglie la filiera delle tecnologie per la transizione energetica, dalle pompe di calore alle reti e agli accumuli, dove l’Italia ha già imprese e competenze. Per tutto il ciclo gli incentivi restano gli stessi. Gli istituti tecnici superiori aprono percorsi sulle competenze che servono, università e centri di ricerca lavorano su progetti comuni con le imprese della filiera, finanziati dal Fondo per la ricerca strategica e cofinanziati dalle imprese stesse, e la rete elettrica viene potenziata dove nascono i nuovi impianti. Un’impresa che vuole aprire uno stabilimento al Sud sa fin dall’inizio quali agevolazioni avrà, quali tecnici troverà e quando arriverà l’allacciamento alla rete.

PERCHÉ SERVE Il Libro Bianco Made in Italy 2030 ricostruisce già le filiere e propone una strategia di sistema. Anche la legge sul Made in Italy e il Codice degli incentivi prevedono strumenti di sostegno e di coordinamento.

Il rischio, quindi, non è l’assenza di politiche, ma la dispersione. Ricerca, formazione, infrastrutture e incentivi possono seguire programmazioni diverse, senza produrre una massa critica sufficiente sulle priorità scelte.

E le imprese investono su orizzonti di anni. Incentivi che cambiano a ogni legge di bilancio, o che vengono contestati quando l’investimento è già fatto, frenano proprio gli investimenti più importanti.

Concentrare però non basta, se le risorse per la ricerca restano poche. L’Italia spende in ricerca e sviluppo l’1,37% del prodotto interno lordo, contro il 2,26% della media europea e il 3,13% della Germania. E i finanziamenti del PNRR, che negli ultimi anni hanno sostenuto la ricerca più vicina alle imprese, si chiudono nel 2026. Senza un seguito, persone, laboratori e collaborazioni costruiti in questi anni rischiano di disperdersi.

E la crescita non si distribuisce da sola. Senza una scelta esplicita, gli investimenti si concentrano dove ci sono già imprese, infrastrutture e competenze, e i divari tra i territori si allargano. Una strategia di filiera che non dice dove nascerà il lavoro rischia di rafforzare soltanto chi è già forte.

COSA CAMBIA La strategia di filiera diventa una programmazione selettiva e verificabile tra amministrazioni, con poche priorità per ciclo, obiettivi comuni, un quadro delle risorse mobilitate, responsabili, indicatori e revisione periodica.

Non si scelgono singole imprese “vincenti”. Si costruiscono condizioni di sistema per filiere selezionate con criteri trasparenti, nel rispetto delle regole europee su concorrenza e aiuti di Stato.

E chi investe sa in anticipo su quali regole può contare, per tutta la durata del ciclo.

La ricerca sulle filiere scelte ha risorse stabili e crescenti, pubbliche e private insieme. Quanto di buono è stato costruito con il PNRR non va perso, e le imprese che cofinanziano i progetti, avendo messo risorse proprie, hanno un interesse diretto a usarne i risultati.

Le priorità diventano anche un impegno verso i territori. Per ogni filiera si sa dove dovrà nascere lavoro qualificato, e ogni anno si verifica se è accaduto. Così la crescita diventa uno strumento di uguaglianza, non soltanto un obiettivo economico.

Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/uguaglianza/piu-una.