Uguali di fronte allo Stato
Fisco e pubblica amministrazione devono essere più semplici, coordinati e responsabili, senza scaricare sui cittadini passaggi e informazioni che lo Stato può gestire da sé.
Si comincia da un principio semplice. Se lo Stato possiede già un dato, non deve chiederlo di nuovo al cittadino. Da qui discende il resto. Una pratica non può restare ferma perché un ufficio non risponde, e un diritto non può andare perso perché nessuno ha avvisato chi lo aveva. Lo stesso criterio vale per chi paga le tasse. Gli acconti devono seguire il reddito che c’è davvero, e se è lo Stato a dover dei soldi, quei soldi devono valere anche per pagare. Chi fa impresa deve ricevere tutti i controlli necessari senza doversi fermare ogni volta, e partecipare a una gara senza ripresentare certificati che lo Stato già conosce. Alla fine il percorso torna al cittadino, ricordandogli che cosa le sue tasse hanno reso possibile.
1 Se lo Stato ha già un dato non deve richiederlo al cittadino
«Se lo Stato possiede già un dato, non può chiedermi di andare a prenderlo in un altro ufficio. Deve procurarselo da solo e dirmi a che punto è la richiesta. E se due amministrazioni non riescono a parlarsi, non posso essere io a fare da tramite né a ricominciare da capo.»
LA PROPOSTA Quando un dato o un documento necessario a una pratica è già in possesso di una pubblica amministrazione, deve procurarselo l’ufficio che ha ricevuto la domanda. Il cittadino ha un solo referente, può sapere a che punto è l’acquisizione e non può essere mandato da un ufficio all’altro per recuperare informazioni che lo Stato già possiede.
La proposta fissa tempi certi.
- se l’ufficio non riesce a ottenere il dato direttamente dai sistemi informatici che collegano le amministrazioni, lo chiede all’amministrazione che lo detiene, che ha cinque giorni lavorativi per trasmetterlo;
- se non risponde, la richiesta passa automaticamente al titolare del potere sostitutivo di quell’amministrazione;
- entro dieci giorni lavorativi dalla prima richiesta il dato deve essere acquisito.
Se il dato ancora non arriva, la pratica comunque non si ferma. Prosegue senza quel dato, quando è possibile, oppure con una dichiarazione dell’interessato, quando la legge lo consente. La dichiarazione sarà poi controllata.
La pratica resta in attesa solo se il dato è indispensabile per legge e non può essere sostituito. Anche in questo caso spetta all’amministrazione procurarselo, senza chiedere al cittadino di rivolgersi a un altro ufficio.
PERCHÉ SERVE Il principio esiste già. La legge prevede che una pubblica amministrazione acquisisca d’ufficio i documenti e le informazioni già in possesso di un’altra amministrazione. La Piattaforma Digitale Nazionale Dati consente alle amministrazioni di scambiarsi direttamente queste informazioni, secondo il principio “once only”, per cui un dato che lo Stato possiede già non dovrebbe essere chiesto di nuovo al cittadino.
Il problema nasce quando questo scambio non avviene. Un Comune può avere bisogno di un dato di un’amministrazione statale, una Regione di un’informazione di un Comune, un ente pubblico di un documento di un altro ente. Se i sistemi non comunicano o un ufficio non risponde, spesso è il cittadino a dover fare da tramite tra due amministrazioni che non riescono a parlarsi.
Serve quindi una regola semplice che stabilisca chi deve chiedere il dato, chi deve fornirlo, entro quanto tempo e, soprattutto, come prosegue la pratica se il dato non arriva.
COSA CAMBIA La novità non è il principio, ma la sua effettività. Oggi, quando lo scambio tra amministrazioni si inceppa, la pratica si ferma e spesso il cittadino deve muoversi da solo. Con la proposta le cose cambiano in quattro punti.
- l’ufficio che riceve la domanda resta responsabile e si procura il dato direttamente dalle altre amministrazioni;
- i tempi sono certi, con cinque giorni lavorativi per rispondere, poi il passaggio automatico al titolare del potere sostitutivo, e dieci giorni lavorativi in tutto;
- la pratica non resta ferma. Se il dato non arriva, si decide con le informazioni disponibili o con una dichiarazione dell’interessato, controllata in seguito. Si aspetta solo quando il dato è indispensabile per legge e non sostituibile;
- il cittadino è informato, sullo stesso canale della pratica, e sa quale dato è stato chiesto, a quale amministrazione e cosa impedisce di concludere. Può verificarne lo stato senza contattare altri uffici.
Il cittadino non deve presentare una nuova domanda, ricominciare la pratica o andare a cercare altrove un dato che lo Stato già possiede.
2 Se scade il termine, la pratica deve muoversi da sola
«Una scadenza che passa in silenzio non può restare un problema mio. Se l’ufficio non risponde in tempo, chi ha il compito di intervenire al suo posto deve farlo da sé, senza che io debba bussare per ricordarglielo.»
LA PROPOSTA La legge prevede già che, quando un ufficio non risponde nei tempi, intervenga un dirigente incaricato di sostituirlo, anche senza che il cittadino lo chieda. Ma non c’è un meccanismo che faccia scattare davvero questo passaggio, e il cittadino spesso non sa nemmeno che esiste.
La proposta lo rende automatico. Nei procedimenti che richiedono una risposta espressa, alla scadenza del termine la pratica passa direttamente al dirigente con potere sostitutivo, senza che il cittadino debba presentare una nuova richiesta. Il cittadino deve essere avvisato del ritardo, di chi si occupa ora della pratica e del nuovo termine entro cui riceverà una risposta.
PERCHÉ SERVE La legge stabilisce già che i procedimenti amministrativi devono concludersi entro termini precisi. Prevede anche un rimedio quando l’ufficio competente non risponde in tempo. Ogni amministrazione deve individuare un dirigente che possa intervenire al suo posto e concludere il procedimento. È quello che la legge chiama potere sostitutivo.
Dal 2021 la legge prevede che questo dirigente intervenga anche d’ufficio, senza attendere la richiesta del cittadino. Ma non indica come l’intervento debba scattare alla scadenza del termine, né obbliga ad avvisare il cittadino. Così, nei fatti, spesso è ancora il cittadino a doversi accorgere del ritardo e a rivolgersi al responsabile per chiedergli di intervenire.
COSA CAMBIA Oggi il potere sostitutivo può essere esercitato anche d’ufficio, ma nessun meccanismo lo fa scattare, e spesso resta al cittadino il compito di accorgersi del ritardo e chiedere l’intervento. La proposta lo rende automatico. Quando il termine scade e serve ancora una decisione espressa, la pratica passa al potere sostitutivo senza bisogno di richieste.
Ogni passaggio viene registrato e il numero dei ritardi viene pubblicato per ciascun ufficio.
Un ritardo che nessuno conta è un ritardo che nessuno corregge.
3 La precompilata dei diritti per evitare che si perdano per strada
«Se lo Stato sa già che ho diritto a un aiuto, non deve aspettare che lo scopra da solo. Deve avvisarmi e aiutarmi a ottenerlo. Perché un diritto che non arriva è un diritto che non esiste.»
LA PROPOSTA La proposta introduce una “precompilata dei diritti”. Come già accade con la dichiarazione dei redditi precompilata, lo Stato mette insieme i dati che possiede e li usa a favore del cittadino. Quando dai dati pubblici risulta che una persona ha diritto a un aiuto, a un’agevolazione o a uno sconto, è lo Stato ad avvisarla e, quando può, a riconoscerglielo direttamente. La comunicazione indica con chiarezza la prestazione, i requisiti che risultano soddisfatti e quelli ancora da verificare.
Se manca qualche informazione, la domanda arriva già compilata e al cittadino si chiede soltanto ciò che lo Stato non sa. Se lo Stato sa già tutto ciò che serve e la legge non richiede una scelta dell’interessato, l’aiuto viene riconosciuto senza bisogno di alcuna domanda.
In ogni caso la persona può sapere quali dati sono stati usati, correggere quelli sbagliati, chiedere un riesame e anche rifiutare un beneficio che non vuole. Lo Stato fa il primo passo, ma è sempre la persona ad avere l’ultima parola.
C’è poi un passo ancora più importante. L’ISEE è la porta d’ingresso di quasi tutti i diritti sociali, ma esiste soltanto se la famiglia lo chiede. Chi non lo fa resta fuori da bonus, sconti e agevolazioni, anche da quelli automatici. Eppure, lo Stato conosce già quasi tutti i dati con cui si calcola. Un ISEE precompilato esiste già, ma oggi bisogna chiederlo, e ogni maggiorenne della famiglia deve autorizzare l’accesso ai propri dati.
La proposta è che sia lo Stato a prepararlo ogni anno per ogni famiglia. Se la famiglia non lo corregge o non lo rifiuta entro un termine, l’ISEE diventa valido e consente l’accesso alle prestazioni. La famiglia può sempre correggerlo o ritirarlo in seguito.
Perché quella porta non può restare chiusa per chi non sa di doverla aprire.
PERCHÉ SERVE Sono troppi gli aiuti che non arrivano a chi ne avrebbe diritto. Il diritto esiste, la legge lo prevede, le risorse sono stanziate. Ma resta lì, in attesa che qualcuno lo trovi. Moduli, requisiti, scadenze e uffici diversi diventano un ostacolo proprio per chi è più fragile, più solo, più anziano, meno abituato a orientarsi tra le procedure. Chi sa muoversi ottiene il proprio diritto, chi non lo sa lo perde per strada. Così una regola nata per ridurre le distanze finisce per allargarle.
Quando lo Stato fa il primo passo, le cose cambiano. Il caso dello sconto sulle bollette di luce e gas lo mostra bene. Fino al 2020 bisognava fare domanda, e due terzi delle famiglie che ne avevano diritto non la presentavano. Dal 2021 il bonus è riconosciuto automaticamente a chi ha presentato l’ISEE, e le famiglie che lo ricevono sono passate da circa 840.000 a 2,5 milioni. Le regole erano le stesse. È cambiato solo chi doveva fare il primo passo.
Non si parte da zero. Alcune cose funzionano già. La quattordicesima ai pensionati con redditi bassi viene pagata d’ufficio. Molte aziende sanitarie riconoscono l’esenzione dal ticket ai pensionati a basso reddito sulla base dei dati del fisco. L’INPS avvisa già i genitori dopo una nascita e, da quest’anno, chi potrebbe avere diritto all’assegno sociale.
Ma sono esperienze isolate, non un sistema. Gli avvisi dell’INPS arrivano solo a chi ha dato il consenso nella propria area riservata e, dopo l’avviso, serve comunque una domanda. Alcune prestazioni arrivano in automatico, altre no, e la differenza dipende da come è scritta ciascuna norma. Quello che oggi è un’eccezione di buona amministrazione deve diventare la regola, in ogni ente pubblico. Comuni, Regioni, aziende sanitarie, Agenzia delle Entrate, scuole e università possiedono dati preziosi. Il punto è usarli insieme.
COSA CAMBIA Oggi è il cittadino a dover cercare il proprio diritto. Con la proposta è il diritto a cercare il cittadino. Lo Stato smette di usare i dati che possiede soltanto per controllare e comincia a usarli anche per servire.
Nella vita di tutti i giorni. Nasce un bambino. Lo Stato sa chi sono i genitori e, se c’è l’ISEE, conosce la situazione economica della famiglia. Eppure, i genitori devono chiedere il bonus per i nuovi nati, aggiornare l’Assegno unico e, se la mamma non ha una tutela di maternità legata al lavoro, chiedere entro sei mesi l’assegno di maternità del Comune. Chi non lo sa, lo perde. Con la precompilata quei diritti arrivano da soli.
A settembre, in molti Comuni, i genitori presentano una domanda per la mensa, una per il trasporto, una per il nido, una per i libri di testo. E ogni volta allegano lo stesso ISEE già presentato all’INPS, che il Comune può prendere direttamente, perché gli strumenti per scambiarsi i dati tra amministrazioni esistono già. La tariffa agevolata deve partire senza bisogno di chiederla.
Un ragazzo di famiglia a basso reddito si iscrive all’università. Università e Regione hanno già i dati che servono, e invece di inseguire il bando per la borsa di studio, deve ricevere un messaggio che gli dice che risulta idoneo e che cosa gli manca per completare la domanda.
Chi perde il lavoro non deve correre contro una scadenza. La fine del rapporto è già nota allo Stato, e la domanda di NASpI deve arrivare già compilata, da confermare insieme alla disponibilità a lavorare. Né deve autocertificare all’azienda sanitaria di essere disoccupato per non pagare il ticket, perché i servizi per l’impiego lo sanno già.
Un anziano di ottant’anni con una pensione bassa non deve presentare una dichiarazione all’Agenzia delle Entrate per non pagare il canone RAI, perché lo Stato conosce già la sua età e il suo reddito. Chi ha diritto all’esenzione dal ticket per reddito deve trovarla già registrata quando il medico prescrive una visita, un esame o un farmaco, senza autocertificazioni da presentare e rinnovare. E deve essere così in ogni Regione, perché un diritto non può dipendere da dove si abita. Nessuno deve rinunciare a una cura perché non sapeva di non doverla pagare.
Quando muore il coniuge, lo Stato sa già tutto ciò che serve. Chi resta, invece di cercare un patronato e raccogliere documenti, deve ricevere un messaggio che gli dice che ha diritto alla pensione di reversibilità, qual è l’importo, e gli chiede soltanto di confermare.
Non si crea un nuovo aiuto. Si fa arrivare quello che esiste già a chi ne ha diritto. Un aiuto che resta inutilizzato non è un risparmio, è una disuguaglianza.
Uno Stato che funziona non rende i cittadini più dipendenti. Li rende più liberi.
4 Pagare le tasse sul reddito che c’è, non su quello che si presume ci sarà
«Oggi un autonomo può pagare in anticipo le tasse su un reddito che ancora non sa se avrà. Possiamo fare il contrario. Quando incassa, una piccola parte va in acconto al Fisco; alla fine dell’anno si fanno i conti sul reddito vero.»
LA PROPOSTA Oggi lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese versano gli acconti calcolandoli sul reddito e sull’imposta dell’anno precedente.
La proposta supera gradualmente questo sistema, basato sul dato dell’anno precedente o su una stima del contribuente. Al suo posto introduce un meccanismo che, come avviene per i lavoratori dipendenti, segue gli incassi reali nel corso dell’anno. Quando il professionista o l’impresa riceve un pagamento tracciabile (bonifico, carta, POS o app di pagamento), la banca o chi gestisce i servizi di pagamento su cui arriva il denaro trattiene automaticamente una piccola percentuale a titolo di acconto e la versa all’Erario.
La percentuale non è uguale per tutti. È fissata per settore e per regime fiscale. Per chi applica il regime forfettario, tiene conto anche del coefficiente di redditività dell’attività. In questo modo l’acconto si avvicina all’imposta che sarà davvero dovuta e si evita che si accumulino crediti da rimborsare.
La trattenuta non è l’imposta definitiva e non significa tassare il fatturato. È solo un anticipo. Con la dichiarazione dei redditi, l’imponibile si determina come sempre, secondo le regole del proprio regime fiscale. Si confronta poi l’imposta dovuta con quanto già trattenuto sugli incassi. Se le trattenute sono state inferiori, si versa la differenza a saldo. Se sono state superiori, l’eccedenza diventa un credito da compensare nei versamenti successivi o da chiedere a rimborso.
PERCHÉ SERVE Il sistema attuale funziona finché i redditi restano più o meno stabili. Ma se l’attività rallenta, gli incassi diminuiscono o un cliente paga in ritardo, il contribuente può trovarsi a dover anticipare imposte calcolate su un reddito che nell’anno in corso non sta realizzando. È una delle differenze più evidenti tra chi riceve un reddito con continuità e chi invece lavora con incassi variabili. Il meccanismo non è estraneo al nostro sistema. Le ritenute d’acconto sui compensi pagati da imprese ed enti e la ritenuta che le banche applicano sui bonifici per i lavori edilizi funzionano già così. La proposta estende questa logica agli incassi che oggi ne restano fuori e la coordina con le ritenute esistenti.
COSA CAMBIA Oggi l’acconto guarda soprattutto indietro. Prende come riferimento l’imposta dovuta per l’anno precedente e presume che l’anno successivo sarà simile. La proposta cambia prospettiva. L’anticipo fiscale viene costruito progressivamente sugli incassi che arrivano davvero durante l’anno. Gli incassi servono soltanto a determinare quando versare una parte dell’imposta.
La normativa attuale va già in una direzione simile, ma più limitata. Dal 2028 i pagamenti tra imprese subiranno una ritenuta d’acconto dello 0,5%, che salirà all’1% dal 2029, trattenuta dall’impresa che paga. Restano fuori i pagamenti dei consumatori, e le imprese diventano sostituti d’imposta l’una dell’altra, anche per pochi euro.
La proposta funziona diversamente. A trattenere sono le banche e i gestori dei pagamenti, che questi flussi li gestiscono già. La trattenuta vale per tutti gli incassi tracciabili, compresi quelli che negozi, artigiani e professionisti ricevono dai consumatori con carta o bonifico. Nessuna impresa fa da sostituto d’imposta per un’altra.
Un’unica trattenuta sostituisce progressivamente sia gli acconti sia la nuova ritenuta.
5 Se lo Stato ti deve dei soldi, devono valere anche per pagare le tasse
«Se la pubblica amministrazione ti deve dei soldi, quei soldi devono valere anche quando devi pagare tasse e contributi. Lo Stato non può essere inflessibile nel riscuotere e lento nel pagare.»
LA PROPOSTA Imprese, anche individuali, professionisti e lavoratori autonomi che vantano verso
una pubblica amministrazione crediti commerciali o professionali certificati in modo definitivo devono poterli usare per pagare imposte e contributi correnti con il modello F24, fino all’importo riconosciuto. Il credito deve essere certo, di importo determinato, scaduto e certificato attraverso la piattaforma pubblica dei crediti commerciali. La regolazione tra l’Erario e l’amministrazione debitrice avviene poi all’interno della finanza pubblica, senza coinvolgere l’impresa. Per contenere l’effetto sui conti pubblici, la compensazione è ammessa entro un tetto annuo fissato dalla legge, che cresce gradualmente man mano che si riducono i tempi di pagamento delle amministrazioni.
PERCHÉ SERVE Una piccola impresa che lavora per un Comune o per un’azienda sanitaria può aspettare mesi prima di essere pagata. Nel frattempo, deve versare alle scadenze previste imposte e contributi, anche su fatture che non ha ancora incassato. Se non ha liquidità sufficiente deve chiedere un prestito alla banca e pagarne gli interessi, per anticipare allo Stato somme che lo Stato stesso le deve. I tempi medi di pagamento della pubblica amministrazione sono migliorati negli ultimi anni, ma restano molto diversi tra enti e territori, e i ritardi pesano soprattutto sulle imprese più piccole. Oggi i crediti certificati possono già essere compensati, ma soltanto in casi determinati, per esempio con somme già affidate alla riscossione o con debiti derivanti dalla definizione di accertamenti e contenziosi. Per i normali versamenti fiscali e contributivi questa possibilità non c’è.
COSA CAMBIA Oggi la compensazione dei crediti certificati è un’eccezione. Con la proposta diventa una possibilità ordinaria per i versamenti correnti, entro il limite del credito riconosciuto e del tetto annuo fissato dalla legge. L’impresa non deve cercare altra liquidità per pagare il Fisco mentre aspetta di essere pagata dallo Stato, e il rapporto tra contribuente e amministrazione diventa più equilibrato.
6 Tutti i controlli necessari, senza fermare l’impresa
«Tutti i controlli necessari, ma senza tenere un’impresa sotto ispezione per mesi. Se più enti devono verificare la stessa impresa, lo Stato deve coordinarsi prima. Chi invece sfrutta il lavoro o mette a rischio la vita delle persone deve continuare ad aspettarsi un controllo che arriva senza avviso.»
LA PROPOSTA Un’impresa deve rispettare tutte le regole e lo Stato deve poter fare tutti i controlli necessari. Questo però non significa che ogni amministrazione debba presentarsi in azienda per conto suo, in giorni o settimane diversi, chiedendo ogni volta documenti, personale e tempo.
La legge chiede già agli enti di coordinarsi ed evitare duplicazioni, ma non di coordinare il momento in cui entrano in azienda, e lascia fuori i controlli fiscali. La proposta fa un passo in più. Quando sono programmabili, i controlli ordinari di Agenzia delle Entrate, INPS, Ispettorato del lavoro, Vigili del Fuoco, Polizia locale e degli altri enti competenti vengono coordinati e, per quanto possibile, concentrati nella stessa giornata o nella stessa finestra temporale.
In concreto, l’ente che intende effettuare un controllo programmato deve avvisare gli altri enti competenti e concordare con loro la data. Chi è interessato a controllare la stessa impresa si unisce a quella visita. Chi non si unisce non può effettuare un altro controllo ordinario su quell’impresa nei dodici mesi successivi.
Restano sempre possibili i controlli urgenti e quelli che non si possono programmare, come le verifiche dopo un infortunio o una segnalazione. E il coordinamento non riguarda mai i controlli che funzionano soltanto se arrivano a sorpresa, a cominciare dalle ispezioni contro il lavoro nero, il caporalato e le violazioni delle norme sulla sicurezza. Queste ispezioni non si annunciano all’impresa e non passano per il coordinamento, perché ne perderebbero l’efficacia. Gli enti possono continuare a svolgerle insieme, come già accade, senza che nulla trapeli prima dell’accesso. Per tutti questi controlli non vale il limite dei dodici mesi.
Ogni amministrazione continua a svolgere il proprio controllo, con le proprie competenze e responsabilità. Non nasce un unico controllore e non si riduce nessuna verifica prevista dalla legge. Si coordina soltanto il momento in cui gli enti entrano nell’impresa.
PERCHÉ SERVE Un’attività economica può essere soggetta a controlli fiscali, contributivi, sul lavoro, sulla sicurezza, sulla prevenzione degli incendi, sulle autorizzazioni amministrative, sulle attività commerciali e sul rispetto delle altre norme del suo settore. Sono controlli necessari.
Il problema nasce quando ogni ente li organizza per conto proprio. La legge oggi chiede alle amministrazioni di condividere le informazioni ed evitare duplicazioni, ma non di coordinare il momento in cui entrano in azienda. Così un’impresa può ricevere più visite in giorni o settimane diversi, e ogni volta deve fermarsi, mettere a disposizione personale e preparare documenti.
COSA CAMBIA Oggi le amministrazioni possono già collaborare, condividono le informazioni sull’impresa e in alcuni casi svolgono controlli congiunti. Ma il coordinamento resta facoltativo. La proposta lo rende una regola ordinaria per tutti gli accessi programmabili.
L’ente che intende effettuare un controllo lo registra in un sistema riservato agli enti di controllo. Gli altri enti verificano se hanno controlli ordinari da fare sulla stessa impresa e, quando possibile, li concentrano nella stessa giornata o finestra temporale. Chi non si unisce non può effettuare un altro controllo ordinario su quell’impresa nei dodici mesi successivi, salvo urgenze o verifiche non programmabili. I controlli che funzionano soltanto a sorpresa, a cominciare da quelli su lavoro nero, caporalato e sicurezza, restano fuori dal sistema e dal limite dei dodici mesi. Si alleggerisce la vita di chi rispetta le regole, non quella di chi le viola.
7 Appalti più rapidi, con imprese verificate in modo continuo e controlli condivisi tra tutte le amministrazioni
«Una gara che dura mesi è un’opera che parte tardi, un’impresa che aspetta e un servizio che non arriva. Un’impresa in regola non deve dimostrarlo da capo a ogni gara, e un’impresa che non lo è più deve essere scoperta subito, non alla gara successiva. Controlli continui e condivisi, gare più rapide, lavori che partono prima.»
LA PROPOSTA Le gare pubbliche in Italia durano troppo. Ogni mese tra il bando e la firma del contratto è un mese in cui l’opera non parte, l’impresa non lavora e il servizio non arriva ai cittadini. La proposta interviene su uno dei passaggi che più allungano le procedure, la verifica dei requisiti delle imprese. Prima di firmare il contratto, la stazione appaltante deve accertare che l’impresa sia in regola con fisco e contributi, non abbia condanne o problemi antimafia e rispetti gli obblighi sulle assunzioni delle persone con disabilità.
Da adempimento ripetuto a controllo continuo. Gli elenchi di imprese già verificate, che la legge oggi consente solo in forma limitata, diventano un elenco nazionale permanente presso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici dell’ANAC. I requisiti di ciascuna impresa vengono controllati e tenuti aggiornati in modo continuo, senza scadenze di validità dei certificati, e l’esito è utilizzabile da tutte le stazioni appaltanti. Quando la gara si chiude la verifica è già fatta, e la stazione appaltante può aggiudicare e firmare senza attendere i certificati.
Dati in tempo reale e tempi certi. Le amministrazioni che detengono i dati (Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL, Ministero della Giustizia e uffici giudiziari, Ministero dell’Interno, Camere di commercio) li rendono disponibili in tempo reale e segnalano ogni variazione. Se un’impresa riceve un nuovo carico fiscale, una condanna o un provvedimento antimafia, il sistema avvisa automaticamente tutte le amministrazioni con cui ha gare o contratti in corso. L’impresa autorizza l’accesso ai propri dati una sola volta, al momento dell’iscrizione, e non a ogni offerta. Per ogni certificato è fissato un tempo massimo di risposta. Se l’ente competente non risponde, la richiesta passa automaticamente al titolare del potere sostitutivo, senza che la stazione appaltante debba sollecitare altri uffici.
La possibilità di rimediare. Un controllo più frequente deve lasciare anche la possibilità di mettersi in regola. Se durante una gara emerge un debito fiscale o contributivo di cui l’impresa non conosceva l’importo esatto, l’impresa non viene esclusa quando, entro trenta giorni dalla comunicazione, lo versa o si impegna in modo vincolante a versarlo. Le direttive europee consentono questa possibilità quando l’esclusione sarebbe sproporzionata. La regola vale solo per le irregolarità sanabili, non per le condanne o i provvedimenti antimafia.
Lo stesso elenco serve anche agli aiuti pubblici. Le amministrazioni che erogano contributi e incentivi alle imprese, e che oggi verificano spesso gli stessi requisiti per conto proprio, possono usarlo senza chiedere nuovi certificati.
PERCHÉ SERVE Il primo problema è il tempo. Secondo le analisi dell’ANAC sulle gare europee, l’Italia è tra i Paesi più lenti ad aggiudicare un appalto, anche quando si usa il solo criterio del prezzo più basso, il più semplice da applicare. La media era di circa nove mesi, il triplo che in Germania e più del doppio che in Francia. Negli ultimi anni è scesa a circa 200 giorni. Ma resta il doppio della Francia e più del doppio della Germania.
Il Codice dei contratti pubblici fissa termini massimi per concludere le gare, da tre a dieci mesi secondo il tipo di procedura. Ma superarli ha effetti limitati. La gara non si accelera e non si conclude, e il ritardo serve soprattutto ad accertare eventuali responsabilità.
Il ritardo non è un fatto tecnico, ha un costo economico. Un’opera che parte un anno dopo costa di più, perché nel frattempo i prezzi crescono, e restituisce più tardi i suoi benefici. Le imprese tengono fermi personale, mezzi e garanzie in attesa di sapere se lavoreranno, e le più piccole spesso rinunciano a partecipare. Le risorse stanziate restano nei bilanci mentre i bisogni a cui erano destinate aspettano.
Tra le cause di questa lentezza c’è una fase che non riguarda la scelta dell’offerta migliore ma la raccolta dei certificati sull’impresa che l’ha presentata.
Gli strumenti esistono già. Il Codice dei contratti pubblici ha introdotto il Fascicolo Virtuale dell’Operatore Economico (FVOE), attraverso il quale le stazioni appaltanti acquisiscono direttamente dalle banche dati pubbliche i documenti necessari. La legge prevede già che i documenti del fascicolo possano essere riutilizzati in più gare finché sono validi, e consente all’ANAC di pubblicare elenchi di operatori già verificati.
Ma il riutilizzo resta limitato. I certificati sui requisiti generali hanno una validità convenzionale di 120 giorni, e l’esito di una verifica può essere riutilizzato solo in alcuni casi, ad esempio quando l’impresa è già risultata aggiudicataria di un’altra procedura. Poi si ricomincia, e non tutti i dati arrivano subito.
Se i certificati tardano, le regole attuali consentono di andare avanti sulla base dell’autodichiarazione dell’impresa, da verificare in seguito. È una soluzione utile per non bloccare le gare, ma conferma il problema. Il peso di queste verifiche è tale che alcune stazioni appaltanti hanno affidato la raccolta dei certificati a società private, una pratica che l’ANAC ha giudicato non consentita perché la verifica spetta alla stazione appaltante.
I tempi delle verifiche ritardano l’avvio dei lavori e pesano soprattutto sui piccoli Comuni e sulle piccole imprese, che hanno meno personale per seguire le procedure.
COSA CAMBIA Oggi la verifica è soprattutto una fotografia, scattata per una gara e valida per un periodo limitato. Con la proposta diventa un controllo continuo dell’impresa. Le possibilità già previste dalla legge, il riutilizzo dei documenti e gli elenchi di operatori verificati, diventano un sistema ordinario e obbligatorio per tutte le stazioni appaltanti.
Non si riduce nessun controllo previsto dalla legge e non si abbassa la soglia dei requisiti. Al contrario, i controlli diventano più forti, perché seguono la situazione dell’impresa nel tempo, anche durante l’esecuzione del contratto. Oggi un problema emerso dopo la firma va cercato. Con la proposta è il sistema a segnalarlo.
Gli enti che rilasciano i certificati hanno tempi certi e un responsabile se non li rispettano, e i tempi medi di risposta di ciascun ente vengono pubblicati.
Il primo risultato è il tempo. Se la verifica dei requisiti è già disponibile quando si chiude la gara, l’attesa dei certificati scompare e tra l’aggiudicazione e la firma del contratto restano solo i termini previsti dalla legge. Le gare si chiudono prima, i contratti si firmano prima, le opere partono prima.
Le risorse stanziate entrano prima in circolazione, le imprese più piccole sanno per tempo se e quando lavoreranno, e le amministrazioni dedicano il personale a progettare e seguire i lavori invece che a raccogliere certificati.
Una regola che vale per i cittadini deve valere anche per le imprese. Se lo Stato possiede già un dato, deve usarlo, senza chiederlo di nuovo.
8 Con la pagella e con la cartella clinica, una fattura simbolica a saldo zero
«Tutto questo non è gratuito. È già stato pagato con le tasse di chi fa la propria parte. Una fattura a saldo zero serve a ricordarlo a chi la riceve e a ringraziare chi l’ha pagata.»
LA PROPOSTA Alla fine di ogni anno scolastico, insieme alla pagella, ogni studente riceve anche una fattura simbolica che indica quanto è costata la sua istruzione. Lo stesso accade al paziente che lascia l’ospedale dopo un ricovero, che insieme alla lettera di dimissioni riceve il conto delle cure ricevute.
Il conto elenca le principali voci di spesa. Per la scuola, lo stipendio degli insegnanti e del personale ausiliario, l’energia, il riscaldamento, l’acqua, le pulizie, i materiali e la manutenzione degli edifici. Per l’ospedale, i medici, gli infermieri, il personale di assistenza, i farmaci, le sale operatorie, gli accertamenti diagnostici e la degenza. Ma si chiude con un totale da pagare di zero euro, accompagnato da una frase semplice.
Per gli studenti, «Tutto questo non è gratuito. È stato pagato con le tasse di tutti, comprese quelle della tua famiglia». Per i pazienti, «Questa struttura ha potuto accoglierti e curarti grazie alle tasse che paghiamo tutti».
I costi non vanno ricostruiti caso per caso. Si usano i dati che lo Stato già possiede. Per la scuola, una stima del costo medio per studente dell’istituto o, in mancanza, del territorio e del grado di scuola. Per gli ospedali, le tariffe con cui il Servizio sanitario già remunera ciascun ricovero. La fattura simbolica è messa a disposizione nel registro elettronico e nel Fascicolo sanitario elettronico. Non ha alcun valore fiscale, non comporta alcun pagamento e non chiede al cittadino alcun adempimento.
PERCHÉ SERVE Molti percepiscono la scuola e la sanità pubbliche come gratuite. Non lo sono. Sono già state pagate, con le tasse di milioni di cittadini che fanno la propria parte. Chi paga, però, raramente vede che cosa ha reso possibile il proprio contributo, e chi riceve un servizio raramente sa quanto costi.
Quando il legame tra ciò che si versa e ciò che si riceve resta invisibile, pagare le tasse appare soltanto come una sottrazione. E chi evade sembra togliere qualcosa allo Stato, non a chi gli siede accanto in classe o nel letto vicino in corsia.
La fattura simbolica rende visibile quel legame nel momento in cui ciascuno ne fa esperienza diretta, la fine di un anno di scuola o il ritorno a casa dopo una cura. Dice allo studente che un anno di lezioni, insegnanti e aule ha un costo preciso. Dice al paziente che le cure ricevute, che non ha pagato nel momento del bisogno, sono state finanziate con le tasse di tutti.
L’idea non è nuova, si tratta però di iniziative isolate e discontinue, e per la scuola non esiste nulla di simile. Manca una regola nazionale che renda questa informazione ordinaria, uguale in ogni scuola e in ogni ospedale.
COSA CAMBIA Oggi chi finisce un anno di scuola porta a casa la pagella, e chi esce da un ospedale la lettera di dimissioni. Con la proposta porta a casa anche un’informazione in più, quanto è costato ciò che ha ricevuto e chi lo ha reso possibile. I costi per lo Stato sono minimi e per i cittadini nulli, perché i dati esistono già e la fattura simbolica si genera dai sistemi informativi in uso.
Cambia la consapevolezza. Chi paga le tasse vede dove va il proprio contributo. Chi riceve un servizio sa che dietro c’è il lavoro di chi insegna e di chi cura, e il contributo di tutti. E proprio perché i costi diventano visibili, diventa più naturale pretendere che quelle risorse siano usate bene.
È educazione civica nella forma più semplice, un foglio che dice la verità sui conti.
Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/uguaglianza/stato.