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Sei strade verso l’uguaglianza
Strada 6

Uguali nei territori, nell’ambiente e nella cura del patrimonio

La qualità della vita non può dipendere dal luogo in cui si vive. Mobilità, acqua, manutenzione, energia, adattamento climatico, bonifiche, cultura e turismo devono ridurre le distanze, rendere i territori più resilienti e valorizzare il patrimonio comune.

Si comincia dal misurare, territorio per territorio, il divario nei diritti di cittadinanza, per investire prima dove è più ampio. Uguaglianza tra territori vuol dire, prima di tutto, poter raggiungere una scuola o un ospedale e tornare a casa in giornata, anche senza automobile e anche nelle aree interne. Poi c’è l’energia. Il vantaggio delle rinnovabili deve arrivare nelle bollette, le case meno efficienti devono poter essere migliorate anche da chi non ha soldi da anticipare, e ogni anno bisogna verificare che produzione, reti e accumuli procedano insieme. Il clima che cambia chiede di passare dall’emergenza alla prevenzione, con edifici mantenuti, rifugi per proteggersi dal caldo, reti idriche che non disperdono, un patrimonio culturale protetto e città capaci di assorbire la pioggia. Uguaglianza tra territori significa anche togliere l’amianto da dove si vive e si studia e restituire alle comunità i terreni contaminati. E tutto questo ha bisogno di qualcuno che ne risponda, con una regia politica che tenga insieme ciò che oggi procede diviso.

35 Misurare il divario nei diritti di cittadinanza e investire prima dove è più ampio, valorizzando il ruolo del Terzo settore

«Non basta contare quanti soldi arrivano in un territorio. Bisogna contare quanti diritti arrivano alle persone che ci vivono.»

LA PROPOSTA Accanto al prodotto interno lordo, lo Stato misura ogni anno, territorio per territorio, il divario nei diritti di cittadinanza. Bastano pochi indicatori nazionali, uguali per tutti e comprensibili. Per l’istruzione, i posti al nido, il tempo pieno e l’abbandono scolastico. Per la salute, le rinunce alle cure, le persone costrette a curarsi in un’altra Regione e l’adesione agli screening. Per i servizi sociali, gli anziani non autosufficienti e le persone con disabilità presi in carico. Per il lavoro, il lavoro sommerso e i giovani che lasciano il territorio. Il quadro viene pubblicato insieme ai documenti di finanza pubblica e usa dati che lo Stato già raccoglie.

Da questa misura discendono tre regole.

Ogni programma di investimento pubblico, nazionale o europeo, dichiara prima quali divari intende ridurre e di quanto, e a distanza di tempo verifica se ci è riuscito. Le risorse si valutano per ciò che cambiano nella vita delle persone, non per la quantità trasferita.

Dove i divari sono più ampi, l’investimento sociale viene prima. Una quota stabile dei fondi per la coesione va a scuola, sanità territoriale e servizi sociali, perché è da lì che lo sviluppo comincia. Ogni servizio avviato con questi fondi indica fin dall’inizio come sarà finanziato quando i fondi termineranno, e passa al bilancio ordinario solo se i risultati sui divari lo confermano.

I territori diventano protagonisti, riconoscendo al Terzo settore un ruolo strutturale nella costruzione delle politiche di sviluppo e nella riduzione dei divari. Comuni, scuole, aziende sanitarie, università, imprese ed enti del Terzo settore possono proporre insieme un patto territoriale con obiettivi misurabili su uno o più indicatori, e le risorse seguono i risultati. Attraverso gli strumenti della coprogettazione e della coprogrammazione, il Terzo settore contribuisce a individuare i bisogni, definire gli interventi e verificarne l’impatto concreto sulla vita delle persone. Non è soltanto un soggetto chiamato a gestire servizi, ma un partner nella definizione delle priorità e delle soluzioni. Quando un divario resta a lungo lontano dalla media nazionale, si pubblica un piano che indica che cosa si farà, chi ne risponde, con quali risorse ed entro quando.

PERCHÉ SERVE È tempo di guardare allo sviluppo in modo diverso. L’investimento nel sociale non è un «lusso», possibile «dopo» aver assicurato livelli sufficienti di crescita, ma una precondizione dello sviluppo.

Per decenni le politiche per i territori in ritardo sono state misurate soprattutto in euro trasferiti. La legge prevede già che una quota della spesa ordinaria in conto capitale vada al Mezzogiorno in proporzione alla popolazione, e gli indicatori di benessere equo e sostenibile accompagnano già i documenti di finanza pubblica. Ma nessuno strumento dice con chiarezza se il divario nei diritti si sta riducendo, né collega a questo risultato le scelte di spesa.

Eppure, è lì che si gioca lo sviluppo. Al Sud i posti al nido sono circa la metà che al Centro e al Nord. Ogni anno centinaia di migliaia di persone si spostano in un’altra Regione per curarsi. Dal 2011 sono partiti circa 630.000 giovani. Un territorio in cui i bambini non trovano un nido, i malati devono partire per curarsi e i ragazzi se ne vanno non cresce, qualunque incentivo riceva.

Lo stesso vale per la legalità. Il contrasto alle mafie, all’usura e al lavoro sommerso ha bisogno dell’azione repressiva, preziosa ma da sola insufficiente. Servono anche scuole aperte, servizi presenti e lavoro regolare, che tolgono spazio a chi prospera dove lo Stato manca.

Molte imprese, istituzioni, centri di ricerca e realtà del Terzo settore provano già a costruire sviluppo invece di chiedere soltanto aiuti, ma oggi non trovano uno strumento che riconosca e premi i risultati. In particolare, il Terzo settore rappresenta un presidio di prossimità, capace di intercettare bisogni che spesso non emergono dalle statistiche e di costruire risposte insieme alle comunità. Riconoscerne il ruolo significa rendere più efficaci gli investimenti pubblici, senza sostituire le responsabilità dello Stato nella garanzia dei diritti.

COSA CAMBIA Oggi si misura quanto si spende. Con la proposta si misura quanto si riduce il divario. Ogni territorio sa dove si trova rispetto alla media nazionale, quali diritti mancano e chi deve intervenire. L’investimento sociale smette di essere l’ultima voce del bilancio e diventa la prima condizione dello sviluppo. Il Terzo settore partecipa stabilmente alla costruzione delle risposte territoriali, contribuendo a trasformare le risorse in servizi, opportunità e diritti effettivi.

Non nasce un nuovo fondo e non nasce una nuova struttura. Si riorientano risorse che esistono già, a cominciare da quelle della coesione.

36 Un livello minimo di accessibilità ai servizi essenziali nelle aree interne

«Un ospedale o una scuola non sono davvero vicini se per raggiungerli serve per forza un’automobile.»

LA PROPOSTA La legge fissa un livello minimo nazionale di accessibilità con il trasporto pubblico nei territori più isolati. Lo standard non conta le corse, ma verifica una cosa concreta, se chi vive in un comune può raggiungere i servizi essenziali e tornare a casa nella stessa giornata, senza automobile.

Per ciascun servizio lo standard indica un tempo massimo di viaggio e una finestra oraria utile. Per la scuola superiore, l’arrivo prima dell’inizio delle lezioni e il ritorno dopo l’uscita, nei giorni di scuola. Per l’ospedale o il poliambulatorio di riferimento, almeno un collegamento di andata al mattino e uno di ritorno nel pomeriggio, nei giorni feriali. Per la stazione ferroviaria o il centro di servizi più vicino, collegamenti coordinati con gli orari dei treni principali.

Le Regioni verificano ogni anno, comune per comune, se lo standard è rispettato, usando gli orari già disponibili nei dati del trasporto pubblico. Sono libere di scegliere come garantirlo, con linee ordinarie, servizi a chiamata, coincidenze con i treni, scuolabus aperti anche agli adulti, taxi collettivi o accordi con operatori locali.

Dove lo standard non è raggiunto, la Regione pubblica l’elenco dei comuni scoperti e, entro un termine fissato (per esempio dodici mesi), adotta un piano con soluzioni, costi, risorse, tempi e un responsabile. I risultati confluiscono in una mappa nazionale pubblica e aggiornata. Lo standard si applica per gradi e comincia dai comuni più isolati, individuati con i criteri della Strategia nazionale per le aree interne. È lì che la distanza pesa di più e che la mancanza di un collegamento si traduce più spesso nella rinuncia a curarsi, a studiare, a lavorare.

Lo stesso criterio guida la scelta delle nuove infrastrutture. Una strada o un collegamento ferroviario nelle aree interne si valuta anche per il tempo che fa risparmiare a chi deve raggiungere una scuola, un ospedale o il lavoro, prima di essere finanziato e dopo essere stato realizzato.

PERCHÉ SERVE Nelle aree interne la distanza non si misura in chilometri ma in possibilità reali. Un ospedale, una scuola o una stazione possono essere a pochi chilometri e restare irraggiungibili per chi non guida, come anziani, studenti, persone con disabilità o senza auto.

La pianificazione del trasporto locale e la Strategia nazionale per le aree interne considerano già l’accessibilità, ma manca una soglia minima semplice, uguale per tutti e verificabile, che dica quando un territorio è davvero collegato e quando no.

E dove non si riesce a raggiungere la scuola o l’ospedale, prima o poi si smette di restare.

Nei piccoli comuni, spesso, sono già le associazioni di volontariato ad accompagnare gli anziani alle visite, con mezzi propri e bandi che durano il tempo di un progetto. Lo standard permette di riconoscere questo lavoro dentro un servizio pubblico, senza scaricare sul Terzo settore ciò che spetta alla Regione.

Per questo si comincia dai comuni più isolati. Sono i territori in cui la popolazione è più anziana, in cui i giovani se ne vanno prima e in cui la chiusura di una scuola o di un ambulatorio pesa di più, perché non c’è un’alternativa a portata di mano. Garantire a queste comunità un collegamento minimo vuol dire riconoscere che chi vi abita ha gli stessi diritti di chi vive in città, e dare a chi vuole restare la possibilità concreta di farlo. Un Paese che lascia svuotare i suoi paesi perde presidio del territorio, cura del paesaggio e memoria, e finisce per pagare di più in abbandono, dissesto e spesa sociale.

COSA CAMBIA Non si tratta di aggiungere autobus ovunque, ma di cambiare il risultato da garantire. Il trasporto pubblico si valuta sulla possibilità effettiva di raggiungere i servizi essenziali.

Per i cittadini c’è un diritto misurabile. Per le Regioni, un obiettivo chiaro con libertà sugli strumenti. Per tutti, un quadro trasparente di dove il servizio manca, di chi deve colmare il divario, entro quando e con quali risorse.

37 Energia al prezzo giusto, perché il vantaggio delle rinnovabili arrivi in bolletta

«Se le rinnovabili costano meno, quel vantaggio deve arrivare anche nella bolletta di famiglie e imprese.»

LA PROPOSTA Se produrre energia da fonti rinnovabili costa meno, una parte di quel vantaggio deve arrivare direttamente alle bollette di famiglie e piccole imprese. Per questo la proposta introduce un Paniere Rinnovabile Nazionale.

L’Acquirente Unico concorda con i produttori un prezzo stabile per l’energia prodotta. Se il prezzo dell’elettricità sul mercato sale molto, il produttore non incassa tutto l’aumento, ma restituisce la differenza rispetto al prezzo concordato. Se invece il prezzo scende sotto quella soglia, viene compensato con le somme restituite nei periodi di prezzi alti e, per la parte eventualmente scoperta, con le risorse già destinate al sostegno delle rinnovabili. Il produttore sa quanto potrà ricavare e il consumatore è più protetto dagli aumenti.

Questa energia viene messa a disposizione delle famiglie e delle piccole e medie imprese che scelgono di aderire. Un soggetto pubblico, l’Acquirente Unico, raccoglie insieme la domanda di tanti piccoli consumatori e dà loro una forza contrattuale che da soli non avrebbero.

Si parte da una o due aree del Paese, con una sperimentazione di due anni. Se funziona e riduce davvero l’esposizione delle bollette agli aumenti del gas, il sistema si estende progressivamente.

PERCHÉ SERVE Oggi accade qualcosa che può sembrare difficile da capire. Produciamo sempre più elettricità con il sole, il vento e l’acqua, spesso a costi inferiori, ma quando aumenta il prezzo del gas aumentano anche le nostre bollette. Perché? Perché il prezzo dell’elettricità non dipende soltanto da quanto costa produrla con il sole o con il vento. In molte ore abbiamo ancora bisogno delle centrali a gas per soddisfare tutta la domanda, e quando entrano in funzione il loro costo contribuisce a determinare il prezzo sul mercato. Il risultato è che il gas continua a pesare sulla bolletta anche mentre aumentano le rinnovabili.

Le regole del mercato europeo non possono essere cambiate dall’Italia da sola. Ma una cosa si può fare. Acquistare una parte dell’energia rinnovabile con contratti di lungo periodo a prezzo stabile, e far arrivare quel prezzo più stabile anche alle famiglie e alle piccole imprese, non soltanto ai grandi consumatori.

I contratti a prezzo stabile tra il GSE e i produttori esistono già, e le nuove regole europee ne fanno la forma ordinaria del sostegno pubblico alle rinnovabili. Ma il loro vantaggio non arriva direttamente in bolletta. La novità è portarlo concretamente alle famiglie e alle piccole imprese.

COSA CAMBIA Chi aderisce non avrà tutta l’elettricità a prezzo fisso, ma una parte crescente della bolletta sarà meno esposta agli aumenti del gas. Se il prezzo sale molto, una parte dei maggiori ricavi torna ai consumatori. Se scende, il produttore ha comunque la sicurezza necessaria per continuare a investire.

Una parte delle risorse può servire anche a potenziare le reti e a costruire sistemi di accumulo, capaci di conservare l’energia quando ce n’è molta e restituirla quando serve. Più energia rinnovabile riusciamo a usare, meno avremo bisogno del gas, e meno le sue oscillazioni peseranno sulle bollette.

Per questo si parte con una sperimentazione di due anni, per verificare sui fatti quanto funziona, quanto costa e quanto fa risparmiare. Se i numeri lo confermano, il sistema si estende.

L’energia del sole deve costare quanto costa il sole. Non quanto costa il gas.

38 Rinnovare impianti e isolamento per pagare bollette più basse, anche senza soldi da anticipare

«Rendere più efficiente la casa di chi ha meno. Perché risparmiare energia non sia un privilegio.»

LA PROPOSTA Si istituisce un Fondo nazionale di garanzia, gestito da un soggetto pubblico, per i lavori di efficienza energetica nelle case popolari, nei condomini delle periferie, nelle abitazioni delle famiglie a basso reddito e delle aree interne.

La famiglia o il condominio chiede un prestito alla banca per fare i lavori. Il Fondo garantisce una parte di quel prestito. Se chi lo ha ricevuto non riesce a restituirlo, la banca recupera dal Fondo una quota della perdita. Con questa garanzia la banca rischia meno, e può prestare anche a chi oggi viene escluso, a condizioni migliori. La rata può essere costruita in modo da essere coperta, in tutto o in parte, dal risparmio in bolletta che i lavori producono.

Il Fondo è rotativo. Quando i prestiti vengono restituiti, la garanzia si libera e può essere usata per nuovi prestiti. Così le stesse risorse pubbliche aiutano più famiglie nel tempo.

Hanno la priorità gli interventi che fanno risparmiare di più, come l’isolamento di pareti e tetti, le pompe di calore e i pannelli solari condominiali. Il Fondo può essere finanziato anche con il Fondo sociale per il clima, lo strumento europeo pensato proprio per aiutare le famiglie più fragili nella transizione energetica.

PERCHÉ SERVE Le case che consumano di più sono spesso abitate da chi ha meno. Sono le famiglie che pagano bollette più alte e soffrono di più quando i prezzi dell’energia salgono. Paradossalmente, sono anche quelle che hanno meno possibilità di rendere la casa più efficiente.

I bonus fiscali degli ultimi anni hanno sostenuto molti interventi, ma hanno raggiunto meno chi aveva poco reddito, perché spesso richiedevano soldi da anticipare o abbastanza tasse da cui detrarre la spesa. Esiste anche un fondo pubblico per l’efficienza energetica che offre garanzie, ma è rivolto soprattutto a imprese e pubbliche amministrazioni. Il vero ostacolo, per queste famiglie, non è la convenienza dei lavori. È trovare chi presti i soldi per farli. Una garanzia pubblica può sbloccare proprio questo.

C’è poi un motivo in più. La direttiva europea sulle case green chiede di ridurre i consumi energetici degli edifici residenziali nei prossimi anni, e di farlo intervenendo soprattutto sugli edifici meno efficienti. Se non aiutiamo chi ci abita, quell’obiettivo rischia di diventare un peso proprio per le famiglie più fragili.

COSA CAMBIA Una famiglia con un reddito basso può rendere più efficiente la propria casa senza anticipare grandi somme. Vive in un’abitazione più calda d’inverno, più fresca d’estate, più sana. E paga bollette più basse.

Ogni euro pubblico mette in moto più investimenti privati. E i benefici si sentono anche fuori casa, con meno consumi di energia per il Paese, meno dipendenza dal gas e più lavoro per le imprese locali.

Non è un nuovo bonus. Lo Stato non paga i lavori e non concede crediti da cedere. Garantisce una parte del prestito e spende soltanto quando una rata non viene restituita, per questo il costo pubblico è una piccola frazione del valore dei lavori. Chi fa i lavori deve restituire il prestito e ha interesse a pagare il giusto. La banca resta esposta per la parte non garantita e ha interesse a non finanziare preventivi gonfiati. Il denaro segue un lavoro preciso e non passa di mano in mano.

E il fondo resta sostenibile. La garanzia copre soltanto una quota della perdita, il risparmio in bolletta viene stimato con prudenza e verificato a lavori finiti, e le perdite attese vengono contabilizzate fin dall’inizio, così che il fondo resti davvero rotativo e non diventi una spesa nascosta.

39 Una verifica annuale unica su produzione, reti e accumuli di energia

«Non basta produrre più energia. Se reti e accumuli arrivano in ritardo, rallenta tutto il sistema.»

LA PROPOSTA La legge istituisce una Relazione annuale di coerenza del sistema energetico, predisposta dal Ministero competente con gli attori istituzionali coinvolti e presentata al Parlamento entro una data fissa.

La relazione misura con indicatori comuni quanto il sistema avanza davvero. La nuova capacità rinnovabile autorizzata, connessa ed effettivamente in produzione. Le opere di rete e le interconnessioni entrate in esercizio rispetto a quelle programmate. Gli accumuli disponibili e in costruzione. Le zone di congestione, l’energia prodotta ma non utilizzata, i tempi medi di autorizzazione e di connessione.

Per ogni nodo critico, un registro pubblico indica il soggetto responsabile, il correttivo necessario e la scadenza. Se la scadenza non viene rispettata, una cabina di regia presso la Presidenza del Consiglio interviene per sbloccare, anche con poteri sostitutivi sulle autorizzazioni ferme. Tutti i dati confluiscono in una piattaforma pubblica aggiornata, consultabile per Regione.

Gli incentivi diventano, per regola, temporanei. Ogni misura prevede una revisione periodica automatica e si riduce quando la tecnologia o il mercato non ne hanno più bisogno, liberando risorse per le componenti in ritardo, come reti e accumuli.

PERCHÉ SERVE Più rinnovabili non bastano se reti, accumuli e autorizzazioni restano indietro. Quando succede, ci sono impianti pronti che aspettano anni per essere collegati, ed energia pulita prodotta ma non utilizzata perché la rete non riesce a trasportarla.

I piani esistono, ma nessuno verifica ogni anno se procedono insieme, e intervenire quando una parte rallenta le altre. Allo stesso tempo, alcuni incentivi continuano anche quando non servono più, mentre mancano risorse proprio per reti e accumuli.

COSA CAMBIA Non un nuovo piano, ma un controllo unico e pubblico su quelli esistenti. Ogni ritardo ha un responsabile e una scadenza, e gli incentivi seguono i bisogni reali.

Meno energia pulita sprecata, meno impianti fermi in attesa, meno soldi spesi dove non servono più. E alla fine, bollette meno esposte al prezzo del gas.

40 Manutenzione del patrimonio e città a prova di clima. Prevenire prima dell’emergenza

«La sicurezza comincia prima dell’emergenza. Conoscere, mantenere, prevenire.»

LA PROPOSTA Manutenzione del patrimonio e adattamento climatico diventano un’unica politica ordinaria di prevenzione. Scuole, strade, ponti ed edifici pubblici si controllano e si mantengono considerando non solo età e stato, ma anche i nuovi rischi climatici. Ogni amministrazione conosce lo stato dei propri beni, individua le priorità e adotta un programma pluriennale con costi e tempi, coordinato con i piani di adattamento e di protezione civile. I Comuni più piccoli ricevono assistenza tecnica e risorse stabili per farlo. Gli interventi seguono un ordine di priorità, a cominciare da scuole, ospedali ed edifici pubblici più esposti. Per il patrimonio pubblico si usano anzitutto le risorse già destinate alla messa in sicurezza, come i contributi ai Comuni per edifici e territorio e i fondi per l’edilizia scolastica, insieme alla quota dei fondi europei per la coesione dedicata all’adattamento climatico e alla prevenzione dei rischi.

Una rete nazionale di rifugi climatici protegge chi è più esposto al caldo. È dimensionata sulla mappa dei territori più a rischio ed è fatta di luoghi pubblici o aperti al pubblico, vicini alle abitazioni, più freschi e dotati di acqua, sedute e servizi igienici. In città si affiancano a più verde e a corridoi alberati. Nelle aree interne possono essere più piccoli e diffusi, come farmacie, uffici postali, parrocchie e centri anziani, con trasporti dedicati e assistenza a domicilio per chi ha difficoltà a spostarsi. Si usano prima di tutto spazi già esistenti, senza costruire nuove strutture.

Per le reti idriche conta l’acqua salvata, non i tubi sostituiti. Ogni investimento indica il livello di perdite da cui parte, l’obiettivo da raggiungere e il risultato misurato dopo i lavori.

Lo stesso vale per il patrimonio culturale, esposto agli stessi rischi climatici e insieme una delle principali risorse dei territori. Caldo, siccità, piogge intense e alluvioni danneggiano monumenti, siti archeologici e centri storici, e la concentrazione dei visitatori in pochi luoghi aggiunge pressione proprio dove i beni sono più fragili. Per i grandi sistemi culturali e turistici, programmi pluriennali tengono insieme tutela e manutenzione dei beni rispetto ai nuovi rischi, accessibilità, trasporti, gestione dei flussi e qualità dei servizi. Le risorse sono legate a risultati verificabili di conservazione e di fruizione, e alla diffusione dei visitatori anche verso i luoghi meno conosciuti, che alleggerisce quelli più esposti. Un luogo si valorizza rendendolo accessibile senza consumarlo.

PERCHÉ SERVE Manutenzione e sicurezza vengono spesso affrontate solo quando il problema è già un’emergenza, e alluvioni, frane e ondate di calore trovano territori impreparati. Oltre alle risorse, pesano piani diversi, competenze frammentate e uffici tecnici insufficienti, che fanno procedere separatamente manutenzione, adattamento e protezione civile.

Il caldo colpisce soprattutto chi è più fragile, gli anziani che vivono soli, chi ha una casa poco protetta, chi non può spostarsi. Le reti idriche perdono ancora più del 40% dell’acqua immessa, mentre la siccità diventa più frequente.

Conoscere prima le fragilità e intervenire in tempo riduce i danni, protegge le persone e limita gli interventi straordinari.

COSA CAMBIA Si passa dall’intervenire dopo il danno al programmare prima per evitarlo. Le amministrazioni hanno un quadro aggiornato del patrimonio, priorità chiare e programmi pluriennali, con manutenzione, adattamento e protezione civile finalmente coordinati.

I cittadini hanno territori più preparati a piogge intense e caldo, e i più fragili una rete di luoghi sicuri e raggiungibili. Gli investimenti sulle reti idriche si misurano sull’acqua davvero recuperata, e il patrimonio culturale viene protetto e valorizzato senza essere consumato.

Nessun nuovo livello burocratico. Si mettono insieme programmi oggi separati e si danno ai piccoli Comuni risorse e competenze per realizzarli.

41 Piano nazionale “Città Resilienti” per prevenire gli effetti dei fenomeni meteorologici estremi

«Non possiamo impedire alla pioggia di cadere. Possiamo costruire città capaci di assorbirla.»

LA PROPOSTA Un Piano nazionale fissa regole comuni per rendere le città capaci di assorbire e trattenere la pioggia, invece di scaricarla subito in fognature e corsi d’acqua.

Il Piano applica in tutta Italia l’invarianza idraulica e idrologica. Ogni nuovo intervento che impermeabilizza il suolo (edifici, strade, parcheggi) ne compensa gli effetti, facendo in modo che parte dell’acqua venga assorbita, trattenuta o riutilizzata e che il resto arrivi in rete più lentamente.

Standard minimi nazionali entrano nella pianificazione urbanistica e nei piani di adattamento climatico. Meno consumo di suolo, più verde e alberi, pavimentazioni permeabili, tetti verdi, bacini di raccolta e sistemi di riuso dell’acqua piovana.

Gli interventi legati al servizio idrico possono rientrare nei piani di investimento ed essere riconosciuti in tariffa secondo le regole dell’ARERA, garantendo una programmazione stabile.

PERCHÉ SERVE Con sempre più superfici impermeabili, le piogge intense mandano troppa acqua tutta insieme nelle reti, che non riescono a smaltirla. Fognature più grandi non bastano. Bisogna ridurre l’acqua che arriva nello stesso momento.

Le regole per farlo esistono, ma non ovunque. L’invarianza idraulica è prevista solo in alcune Regioni, con criteri diversi, mentre le piogge intense colpiscono tutto il Paese.

Più verde e superfici permeabili aiutano anche contro le isole di calore e creano rifugi climatici, unendo la difesa da allagamenti e caldo in un’unica strategia.

COSA CAMBIA Oggi ogni Regione segue regole proprie, e spesso si interviene solo dopo un allagamento. Con la proposta, la prevenzione diventa parte ordinaria della progettazione urbana in tutto il Paese. Comuni e gestori programmano gli interventi con criteri comuni e una programmazione stabile, passando dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione.

Lo Stato fissa gli standard, coordina il Piano e assiste i Comuni capoluogo nell’adeguare piani urbanistici e regolamenti edilizi.

Ogni metro quadrato di verde in più protegge due volte, dalla pioggia che allaga e dal caldo che soffoca.

42 Amianto e terreni contaminati. Sapere dove sono, bonificare prima dove si vive e si studia

«L’amianto non si vede, ma continua a uccidere. Dobbiamo sapere dove si trova, toglierlo prima dalle scuole e dagli ospedali e permettere a chiunque di rimuoverlo dal proprio tetto, anche senza soldi da anticipare.»

LA PROPOSTA Prima di tutto, sapere dove sono. La mappatura dell’amianto prevista dalla legge da oltre vent’anni viene completata e resa pubblica in un’unica mappa nazionale, consultabile Comune per Comune, che distingue edifici pubblici, abitazioni private e aree produttive, il tipo di materiale e il suo stato di conservazione. Nella stessa mappa compaiono i siti contaminati da bonificare, con lo stato di avanzamento di ciascuno, il soggetto responsabile e la data prevista di conclusione.

Poi, bonificare prima dove si vive e si studia. Scuole, ospedali ed edifici pubblici con amianto entrano con priorità nei programmi pluriennali di manutenzione, con costi, tempi e un responsabile. Le risorse vengono anzitutto dai fondi europei e dai programmi già stanziati per l’edilizia scolastica e sanitaria, e la mappatura stabilisce l’ordine degli interventi.

Per famiglie e piccole imprese, la rimozione senza soldi da anticipare. Si usa il Fondo nazionale di garanzia previsto per l’efficienza energetica delle case. Chi deve rimuovere una copertura in amianto ottiene un prestito garantito in parte dallo Stato e, quando la rimozione si accompagna a un nuovo tetto isolato o a un impianto solare, il risparmio in bolletta aiuta a pagare la rata. Per le famiglie a basso reddito e per gli edifici di uso collettivo il Comune può anticipare la spesa, che viene restituita nel tempo. I lavori sono affidati soltanto a imprese abilitate, con i lavoratori in regola, e il materiale rimosso è tracciato fino allo smaltimento.

Lo smaltimento illegale non deve convenire. Tracciabilità e controlli coordinati diventano più stringenti, e dove mancano si programmano impianti di smaltimento sicuri. E un’impresa condannata per smaltimento illecito di rifiuti perde gli aiuti pubblici che riceve, come chi sfrutta i lavoratori.

Infine, le aree risanate tornano alla comunità. Le aree industriali dismesse, una volta bonificate, si riconvertono a usi produttivi, sociali o ambientali decisi insieme a chi abita intorno, senza nuovo consumo di suolo.

PERCHÉ SERVE L’amianto è vietato in Italia dal 1992, ma non è scomparso. È ancora presente in coperture, tubature, capannoni ed edifici pubblici, e continua a uccidere. Ogni anno le malattie legate all’amianto causano oltre quattromila morti, secondo le stime dell’Istituto superiore di sanità, e il mesotelioma, il tumore tipico di questa esposizione, può manifestarsi anche quarant’anni dopo. Chi si ammala oggi ha respirato quelle fibre decenni fa. Chi le respira oggi rischia di ammalarsi domani.

La legge prevede la mappatura dell’amianto dal 2001 e un Piano nazionale è stato presentato nel 2013. Ma i dati restano incompleti, diversi da una Regione all’altra e difficili da consultare, e il Piano non è mai stato pienamente attuato. Accanto all’amianto ci sono decine di siti di interesse nazionale per le bonifiche, alcuni in attesa da oltre vent’anni, nei quali vivono milioni di persone.

Rimuovere l’amianto costa, e il costo pesa soprattutto su chi ha meno. Una famiglia con una vecchia copertura in amianto spesso non ha i soldi per toglierla, e i bonus fiscali hanno aiutato soprattutto chi poteva anticipare la spesa. Così l’amianto resta dove è, oppure finisce abbandonato, perché smaltirlo legalmente costa troppo o l’impianto più vicino è troppo lontano.

COSA CAMBIA Oggi sapere dove si trova l’amianto è difficile, e toglierlo dipende dai soldi che una famiglia ha da parte. Con la proposta la mappa è pubblica, la priorità va a scuole e ospedali e la rimozione è possibile anche senza anticipare la spesa. Il materiale rimosso è tracciato fino allo smaltimento, e abbandonarlo smette di convenire. E per ogni sito da bonificare si sa a che punto è, chi ne risponde e quando deve finire.

Non è un nuovo bonus. Lo Stato non concede crediti da cedere. Garantisce prestiti e anticipa spese che vengono restituite, così le stesse risorse servono a più famiglie. Non nasce una nuova struttura. Si completano strumenti che la legge già prevede e si collegano ai programmi di manutenzione del patrimonio pubblico e al fondo di garanzia per le case.

E le bonifiche diventano anche lavoro qualificato per le imprese del territorio.

43 Una regia per la sicurezza climatica e la risposta al caldo

«Se una responsabilità è di tutti, rischia di non essere di nessuno. Sul clima dobbiamo sapere chi ha il compito di far lavorare tutti insieme.»

LA PROPOSTA La proposta affida a un Sottosegretario al Clima, presso la Presidenza del Consiglio, il coordinamento di tutte le politiche di Governo su prevenzione e adattamento climatico. Il clima tocca energia, trasporti, agricoltura, salute, infrastrutture, industria, territorio e protezione civile. Le competenze restano ai Ministeri, ma serve chi le tenga insieme, fissi obiettivi comuni, ne verifichi il rispetto e intervenga quando programmi e amministrazioni vanno in direzioni diverse.

Non un nuovo Ministero, ma una responsabilità politica di coordinamento dell’intero Governo.

Contestualmente la gestione della protezione civile torna direttamente in capo al Presidente del Consiglio dei ministri, come era stato dal 2002 al 2022, per assicurare un reale ed efficace coordinamento di una delle politiche pubbliche più delicate del nostro Paese, che richiede un indirizzo unitario ai massimi livelli di responsabilità di governo e non può rimanere affidata a un Ministro senza portafoglio, che non dispone né di autorità né di strumenti né di risorse.

Il Sottosegretario garantisce anche un raccordo stabile con i territori. Con le Regioni, per monitorare i rischi e prevedere meccanismi di solidarietà verso le aree più colpite. Con i Comuni, per condividere programmi e soluzioni. Dati, strumenti digitali e intelligenza artificiale aiutano a individuare le aree più esposte e le priorità di intervento.

PERCHÉ SERVE Il cambiamento climatico supera i confini delle competenze. Siccità, alluvioni e ondate di calore colpiscono insieme acqua, agricoltura, energia, salute, infrastrutture ed economia.

Oggi le responsabilità sono distribuite tra molte amministrazioni. Esistono un Piano nazionale di adattamento e un comitato interministeriale per la transizione ecologica, ma manca chi risponda dell’insieme, con il rischio che nessuno verifichi che tutto venga davvero fatto.

I commissari servono nelle emergenze, ma se il rischio è strutturale deve esserlo anche la responsabilità di prevenirlo.

COSA CAMBIA Per la prima volta c’è una responsabilità politica chiara per il coordinamento delle politiche climatiche nazionali. I Ministeri mantengono le proprie funzioni, ma lavorano insieme su obiettivi, programmi e finanziamenti comuni, e Regioni e Comuni hanno un interlocutore nazionale stabile.

Si passa da competenze separate a una politica comune, e dalla gestione delle emergenze alla prevenzione.

Non qualcuno che fa tutto, ma qualcuno che si assicura che tutti facciano la propria parte.

Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/uguaglianza/territori.