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Ernesto Maria Ruffini | Intervento finale all'Assemblea nazionale di Più Uno


Ci siamo. La vostra presenza è la dimostrazione che la democrazia non si costruisce per sottrazione, ma per addizione. Ognuno di voi che è qui. E chi arriverà domani. Un Più Uno alla volta. E di questi tempi, non è poco.

In questi anni, però, qualcosa si è rotto nel rapporto tra cittadini e politica. Milioni di persone hanno smesso di votare. I conti non tornano se metà degli aventi diritto resta a casa. E non tornano se tanti elettori sono convinti che il loro voto valga poco. Per questo siamo nati. Per far tornare chi se n’è andato. Provate a immaginare questa sala come l’intero corpo elettorale. Ecco, oggi una sedia su due sarebbe vuota. Per la prima volta, alle ultime europee ha votato meno di un italiano su due. Poi sono arrivate le regionali e le sedie vuote sono aumentate ancora. Ma le persone che non votano non sono sparite. Ogni giorno quelle persone fanno i conti con il lavoro, la scuola, la sanità, la sicurezza, i trasporti, il costo della vita, il futuro. Si sono allontanate dalle urne, non dai problemi. La politica ha dimenticato che il loro voto e la loro fiducia erano solo in prestito. E quando la fiducia finisce il voto resta a casa. Dobbiamo ripartire da chi ha smesso di votare e offrirgli nuove, credibili, ragioni di partecipazione.

E, allo stesso tempo, non dare per scontato chi ha continuato a votare. A loro va detto grazie. Eppure, da mesi, nel Campo largo, si rincorrono accuse, litigi, riappacificazioni e ultimatum che nemmeno il Corrado Guzzanti dei tempi migliori avrebbe saputo immaginare. Il Paese guarda altrove. E i partiti continuano a parlare di sé stessi. Così si indebolisce la tenuta della coalizione e si deludono quanti hanno continuato a votare centrosinistra. Per noi la democrazia non torna forte quando i partiti si dividono i voti rimasti. Torna forte quando le sedie vuote tornano a riempirsi. È per questo che abbiamo deciso di fare un passo avanti.

C’è un tempo per ogni cosa. C’è stato un tempo anche per aspettare. Ma l’attesa non ha cambiato nulla. Tutto è rimasto com’era. Così è arrivato questo tempo. Il tempo per costruire un Paese migliore. E questo tempo non va sprecato. Partiamo tutti insieme, ora. Perché gli elettori non ci aspetteranno.

Alcuni ci guardano con curiosità. Altri con sufficienza, e un po’ di ironia. A tutti provo a rispondere con franchezza. Agli amici riformisti del Pd dico, al di là delle appartenenze di partito, ritroviamoci su battaglie comuni. Il tempo dell’astensionismo è finito. È finito il tempo degli alchimisti o degli stregoni, che sono ricordi del passato. Servono donne e uomini liberi e forti, come diceva don Sturzo. E in questo Paese ce ne sono tanti. Fanno politica ogni giorno, anche senza una tessera in tasca. A chi in questi giorni ha ricordato che uniti si vince, dico che ha ragione. Ma la destra non ha vinto solo perché eravamo divisi. Ha vinto anche perché milioni di italiani sono rimasti a casa. E nessuna alleanza, da sola, li riporterà a votare. L’unità che serve non è quella delle sigle sedute attorno a un tavolo per decidere le percentuali dei candidati delle liste elettorali. È il momento di alzarsi da quel tavolo per costruire un nuovo progetto senza calcoli e opportunismi. A chi ci ha invitato a riflettere bene prima di impegnarci nel centrosinistra, dico grazie. E rivolgo lo stesso invito. Riflettere bene anche prima di restarne fuori. Non serve pensarla tutti allo stesso modo. Altrimenti saremmo un solo partito. La politica è anche la fatica di arrivare, da idee diverse, a una proposta comune per il Paese. Nel centrosinistra ci sono contraddizioni. A volte persino tentazioni populiste. Ma la risposta non è lasciare il campo. È entrarci, e contribuire a cambiarlo. Restare fuori è sicuramente più comodo. Ma alla fine aiuta soltanto la destra a vincere.

Franco Gabrielli e io abbiamo storie diverse. Ma abbiamo passato entrambi parte della nostra vita al servizio dello Stato. E lì abbiamo conosciuto persone straordinarie. Donne e uomini che servono il Paese con coraggio e generosità. Lontano dai riflettori. A volte rischiando la vita. Lo Stato non è un palazzo. Sono loro. Lo Stato sono queste persone. Persone vere. Una pattuglia che passa in una strada buia. Un medico che, al pronto soccorso, ti accoglie con cura e attenzione. Un insegnante che ascolta attento la sua classe. Per questa ragione, per noi, la politica è responsabilità. È rendere conto a quelle persone, a quel lavoro silenzioso svolto al servizio di tutti noi. Decidere, far funzionare le cose, rispondere dei risultati. Non abbiamo in tasca tutte le risposte. Ma sappiamo come cercarle senza ingannare noi stessi e gli altri. Noi abbiamo deciso di cominciare. E ci siamo messi al servizio di un progetto che va al di là, molto al di là, delle nostre persone.

Le persone non chiedono alla politica di cambiare il mondo. Chiedono di non essere lasciate sole mentre provano a costruire il proprio futuro, nonostante le difficoltà. Poi ci sono difficoltà e difficoltà. Alcune diventano cronaca e finiscono sui giornali. Tante altre non fanno notizia e si affrontano in solitudine, in silenzio. Un reddito che non basta. Un affitto che pesa. Un genitore anziano da assistere. Un figlio di cui prendersi cura. Il compito della politica è vedere anche quello che non fa rumore, cogliere in anticipo i bisogni delle persone, non costruire l’agenda politica sui sondaggi. Il Governo ci dice che gli occupati aumentano. Bene. Ma se gli stipendi non bastano, non basta contare quanti lavorano. Bisogna chiedersi come vivono. Ci dice che il PIL cresce. Di pochissimo. Benino. Ma se arrivare a fine mese diventa più difficile, il benino non risolve i problemi. Ci dice che la sanità migliora. Ma se per una visita si aspettano mesi, il problema resta.

E allora guardiamola, l’Italia com’è. Come è oggi. Ci sono giovani che lavorano e non riescono a pagarsi un affitto. E senza una casa non si diventa adulti. Non si va a vivere da soli, non si costruisce una famiglia. C’è un fisco non progressivo che pesa non solo per quanto si paga, ma per le carte, il tempo, l’incertezza. C’è un diritto alla salute che cambia da una Regione all’altra. C’è un Paese in cui nascono sempre meno bambini. E la denatalità non fa neanche più notizia. Meno giovani vuol dire meno lavoro, meno energie, meno futuro. C’è anche l’immigrazione, dove si lanciano allarmi senza mai assumersi la responsabilità di affrontarli realmente. C’è il clima che cambia. Il caldo, la siccità, le alluvioni. E colpiscono prima chi ha meno strumenti per difendersi. C’è l’acqua, che in alcune zone del Paese non arriva tutti i giorni. Mentre gli acquedotti ne perdono per strada quasi la metà. E c’è la sicurezza. Servono forze dell’ordine adeguate e una giustizia che funzioni. Nella vita delle persone questi problemi stanno tutti insieme. La politica, invece, si è ridotta ad affrontarli uno alla volta, se va bene. Ma poi questi problemi esplodono. L’Italia è ferma perché negli ultimi anni non c’è stato nessun progetto in grado di mettere insieme tutti questi pezzi del Paese. Disuguaglianze, ingiustizie, nuove povertà. Se nessuno risponde, producono tensioni. E possono spaccare le nostre comunità, come vediamo in questi giorni in Europa. In Francia, con gli studenti che occupano le scuole. In Spagna, con mezzo milione di persone in piazza per la casa. La scuola e la casa. Non sono problemi lontani. Sono anche i nostri. Su questo terreno può giocarsi la reazione della destra. In nome dell’ordine e della sicurezza. Alla rabbia e alla protesta servono dialogo e risposte, non prove muscolari.

Il Paese è cambiato. E la politica deve partire dal Paese com’è, non da come lo immagina.

Prendiamo una cosa che conosciamo tutti. Il medico ti prescrive una visita da fare entro un mese. E da lì comincia la trafila. Telefonate, sportelli, siti, liste chiuse. Ecco. Una prescrizione deve bastare. Se il medico dice entro un mese, entro un mese la visita si deve fare. Prenoti una volta. Se il CUP non trova posto nei tempi previsti, non tocca a te cercarlo. Lo cerca il Servizio sanitario nel pubblico, nel privato accreditato, nell’intramoenia. E ti richiama. Tu paghi solo il ticket, semmai qualcosa in più se hai un reddito alto. Il diritto alla cura non può dipendere dalla capacità di insistere.

E poi la casa. Come è possibile che non facciamo più figli e mancano le case? Facciamo come a Lisbona, come in Belgio. Anzi, facciamolo meglio. Il proprietario affitta la casa al Comune, che conosce il territorio e chi ha bisogno. Il Comune gli garantisce il canone ogni mese, anche se l’inquilino non paga. E la dà a chi ne ha bisogno, a un prezzo che può permettersi. Lo Stato mette le risorse. Il Comune sceglie le case e le famiglie. La casa resta del proprietario. L’affitto è garantito. E una famiglia smette di aspettare.

E, a proposito di famiglie, pensiamo a quelle con un reddito basso. Oggi lo Stato rimborsa la retta del nido. Ma se il nido non c’è, non c’è niente da rimborsare. Per queste famiglie, è il Comune che deve trovare il posto. Prima nel nido pubblico. Se è pieno, in un nido privato autorizzato. La famiglia paga la stessa retta del pubblico. Il resto lo mette il Comune. E lo stesso vale alle elementari. Il tempo pieno fino al pomeriggio in molte zone non c’è. Le nuove classi devono partire da lì, dove i bambini hanno meno opportunità. E con tutto quello che serve. Insegnanti, mensa, spazi. Un bonus non basta, se il servizio non c’è.

Poi serve un piano per chi insegna. Con risorse certe, per più anni. Stipendi che crescono davvero. E se una cattedra serve tutti gli anni, deve avere un insegnante di ruolo. Perché un Paese che paga il giusto ai suoi insegnanti sta dicendo ai suoi figli quanto valgono. Accanto agli insegnanti, uno psicologo in ogni scuola. Non qualcuno che arriva solo quando scoppia un’emergenza. Una presenza stabile, un volto che i ragazzi conoscono e a cui sanno di potersi rivolgere. Tanti ragazzi oggi stanno male in silenzio. E la scuola è spesso il primo luogo dove qualcuno può accorgersene.

Parliamo di chi lavora in proprio. Un artigiano, un professionista, un piccolo commerciante. Oggi paga gli acconti sulle tasse in base a quanto ha guadagnato l’anno prima. Ma se quest’anno il lavoro cala, o un cliente paga in ritardo, si trova ad anticipare tasse su soldi che non ha ancora incassato. È un paradosso. E chi lavora in proprio lo conosce bene. Proponiamo di fare come per le buste paga dei lavoratori dipendenti. Quando arriva un pagamento con bonifico o con carta, la banca trattiene una piccola parte come acconto e la versa al Fisco. Tu non devi fare niente. A fine anno si fa il conguaglio.

Ma il fisco non riguarda solo chi lavora in proprio e paga le tasse. Oggi l’aliquota più alta, il 43 per cento, scatta già sopra i 50 mila euro. Chi guadagna poco più di 50 mila euro paga la stessa aliquota di chi ne guadagna cinquecentomila. O cinque milioni. Con un peso che ricade soprattutto sul lavoro dipendente e sulle pensioni. Sul ceto medio. Non serve una patrimoniale. Serve un’Irpef davvero progressiva, come chiede la Costituzione.

Veniamo alle bollette. Oggi anche l’energia del sole e del vento la paghiamo al prezzo del gas. Perché è il gas a fare il prezzo. Proponiamo un patto con chi produce energia pulita. Un prezzo giusto e stabile, per molti anni. Che il gas salga o scenda. Chi produce energia pulita ha un guadagno sicuro. Chi paga la bolletta ha un prezzo che non impazzisce. Chi aderisce, famiglie e piccole imprese, avrà una parte della bolletta al riparo dal gas. Partiamo in alcune Regioni, per due anni. Se le famiglie risparmiano davvero, lo estendiamo a tutta Italia. L’energia del sole deve costare quanto costa il sole. Non quanto costa il gas.

E poi l’industria, la tecnologia, gli strumenti della crescita che servono anche all’uguaglianza. Oggi le misure per le imprese ci sono. Ma ognuna va per conto suo. La ricerca da una parte, la formazione da un’altra, gli incentivi da un’altra ancora. E così non fanno mai la differenza. L’Italia deve scegliere le filiere produttive su cui puntare. A scadenze fisse, poche priorità nazionali. Decise con criteri chiari e pubblici. E su quelle priorità si concentrano tutti gli strumenti, nella stessa direzione. Ricerca, formazione tecnica, infrastrutture, energia, accesso ai capitali. Con obiettivi, responsabili e verifiche periodiche. Se qualcosa non funziona, si corregge.

C’è poi la sicurezza. Nelle grandi città ci sono Polizia, Carabinieri, Polizia Locale. Ognuno con la sua sala operativa. Ognuno con i suoi dati. Ma chi commette un reato non rispetta i confini tra un ufficio e l’altro. Proponiamo che le sale operative lavorino come un’unica centrale. Ognuna resta nella sua sede, con le sue competenze. Ma vedono gli stessi dati, sanno quali pattuglie sono disponibili, seguono le stesse regole. Così si interviene prima. E meglio. E chi lavora per la nostra sicurezza deve essere tutelato. Se ha agito correttamente, rispettando gli ordini, lo Stato lo difende. Anche davanti a un giudice. Allo stesso tempo, nei servizi di ordine pubblico, ogni operatore deve essere riconoscibile con un codice. Senza il nome. Ma riconoscibile. Tutelati e riconoscibili. Così si protegge chi indossa una divisa. E chi gli sta di fronte.

E poi l’immigrazione. Da anni la trattiamo come un’emergenza. O come una clava per alimentare la paura e raccogliere facili consensi. La paura porta voti. Non porta soluzioni. Noi vogliamo governare il fenomeno. Con una regia unica, un Ministero per le politiche migratorie o un’Agenzia, che abbia una responsabilità chiara e tenga insieme quello che oggi si dividono Interno, Lavoro ed Esteri. Ingressi regolari, legati alle esigenze del Paese. Accordi con i Paesi di origine perché i rimpatri, quando previsti, siano effettivi. Percorsi di integrazione per chi resta. Imparare l’italiano. Lavorare in regola. Mandare i figli a scuola. Conoscere e rispettare i diritti e i doveri della comunità di cui si entra a far parte. Per farlo bisogna superare la Bossi-Fini. Una legge che pretende che tu abbia già un lavoro prima di entrare, ma ti impedisce di entrare per cercarlo. Così ha prodotto irregolarità, marginalità e insicurezza. Servono regole che funzionino. E qualcuno che risponda dei risultati. Perché governare l’immigrazione significa dare sicurezza alle comunità e dignità alle persone.

Infine, uno Stato che ti avvisa. Sono troppi gli aiuti che non arrivano a chi ne avrebbe diritto. Perché non sa di poterli chiedere. O non riesce a farlo. Eppure, spesso, lo Stato ha già le informazioni che servono. Allora cambiamo regola. Se dai dati pubblici risulta che puoi avere diritto a un aiuto, lo Stato ti avvisa e ti aiuta. L’INPS lo fa già per alcune prestazioni. Quello che oggi è un’eccezione deve diventare la regola. Perché uno Stato che funziona non rende i cittadini più dipendenti. Li rende più liberi.

Per tenere insieme tutti questi pezzi bisogna sapere dove si vuole andare. Prima delle alleanze, c’è una domanda. La stessa da cui nasce Cosa sarà. Quale Italia vogliamo? Negli ultimi anni abbiamo attraversato una pandemia, la crisi dell’energia, l’inflazione, la guerra alle porte dell’Europa. Era giusto pensare all’emergenza. Ma nell’era della globalizzazione le emergenze stanno diventando la normalità, e senza un progetto di lungo periodo il Paese corre il rischio di deragliare. Così, poco alla volta, l’eccezione è diventata il metodo. E abbiamo smesso di parlare di quello che viene dopo. Del Paese che vogliamo diventare. Ci siamo abituati a trattare i programmi come una lista della spesa. Ma se non sai che cosa vuoi cucinare, la lista non serve a niente. Un programma senza un’idea di Paese resta un mucchio di mattoni, anziché una casa. Serve una visione che vada al di là del presente. Una straordinaria scrittrice nigeriana, Chimamanda Ngozi Adichie, lo spiega bene. «Immaginate il Paese che volete e poi sostenete le ragioni di quel Paese.» Come è bella questa parola. Paese. Una comunità dove nessuno possiede una quota di Italia più grande degli altri.

Il Paese che vogliamo lo abbiamo immaginato. Vogliamo un Paese più uguale. Che non vuol dire tutti uguali. Vuol dire che le differenze non diventino destini. Che il posto in cui nasci, il reddito dei tuoi genitori, il tuo genere, una disabilità non decidano in anticipo quanta strada potrai fare. Non l’abbiamo inventato noi. È l’articolo 3 della Costituzione. La Repubblica non si limita a dire che siamo uguali. Dice che è suo compito rimuovere gli ostacoli. Per questo l’uguaglianza, per noi, non è un capitolo del programma. È il metro con cui misuriamo ogni scelta. E davanti a ogni decisione ci facciamo una sola domanda. Quale ostacolo stiamo togliendo?

E i soldi? Lo so. A questo punto arriva sempre la stessa domanda. E i soldi, dove li trovate? Vi rispondo con qualche numero. Perché li conosco bene. Dal 2015 al 2025 sono stati recuperati più di 270 miliardi di euro di evasione. Più dell’intero PNRR. Più del doppio del decennio precedente. Ve ne siete accorti? Temo di no, purtroppo. Nello stesso periodo il debito pubblico è passato da duemila a più di tremila miliardi. E quasi sei milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà. Sapete perché? Perché quei soldi sono stati spesi. Senza una visione, senza un progetto. Non sono stati investiti. Ogni anno la spesa pubblica vale più di metà della ricchezza prodotta in Italia. Più di mille miliardi. Le risorse ci sono. Non sempre dove vorremmo. Non sempre spese bene. Ma ci sono. Il problema non è quanto raccogliamo. È come scegliamo di usarlo. Ogni euro speso male ha un nome e un indirizzo. Una scuola che non è stata costruita. Un asilo che non ha aperto. Un reparto senza il macchinario che serviva. Ogni volta che un governo dice sì a una spesa, sta dicendo no a un’altra. E quel no non lo annuncia nessuno. Ma lo paghiamo tutti. Luigi Einaudi diceva che il denaro dei contribuenti è sacro. Sacro vuol dire che ogni euro deve servire a qualcosa. Non deve essere sprecato. Ogni misura va messa alla prova. Funziona? Se funziona, si rafforza. Se non funziona, si cambia. Governare non è promettere tutto a tutti. È scegliere. Pensando a chi c’è oggi e a chi verrà domani. Senza mai sacrificare il bene comune a un guadagno immediato, o a un punto in più in un sondaggio. La politica dei sondaggi inaridisce il cuore degli elettori. E dissipa le risorse dello Stato.

Poi ci sono scelte sulle quali non si può stare a metà. Perché le prossime elezioni non saranno elezioni come le altre. Non siamo in una normale alternanza, in cui vincere o perdere cambia poco. Siamo a uno spartiacque. Anzi, a due.

Il primo riguarda la Costituzione. La destra non fa mistero che la vera posta in gioco delle prossime elezioni non sarà solo il governo, ma soprattutto la conquista della presidenza della Repubblica. È una strategia. Portare il Paese verso un presidenzialismo di fatto, senza dirlo. La prima pietra è la legge elettorale. Approvata a colpi di fiducia. E con l’indicazione del candidato presidente del Consiglio da parte della coalizione, che finisce per toccare indirettamente le prerogative del Capo dello Stato. Poi le altre bandiere di questa legislatura. La separazione delle carriere, per indebolire l’indipendenza della magistratura. E gli italiani l’hanno respinta con il referendum. Il premierato, per spostare il potere dal Parlamento a una sola persona. L’autonomia differenziata, che spezza l’unità del Paese. Una sola insofferenza. Quella verso la Costituzione e i suoi equilibri. E allora la domanda è semplice. Che cosa accadrebbe se il garante della Costituzione fosse espressione di una parte che non la sente pienamente come propria?

Il secondo spartiacque è l’Europa. Per anni ne abbiamo parlato come di un fatto acquisito. Si criticava la burocrazia, la lentezza, questa o quella regola. Oggi non si discute più delle singole politiche. Si discute se abbia ancora senso un’Europa unita. A cominciare dalla difesa comune. Presto si voterà in Francia, in Spagna, in Polonia. Ovunque crescono destre che vogliono smontare l’Europa. In Germania l’estrema destra è in testa ai sondaggi. E il confine tra conservatori ed estrema destra si fa sempre più sottile. C’è chi lavora apertamente perché l’Europa si divida. Da Trump a Putin. Anche questo si decide alle prossime elezioni. Non solo chi governa a Roma. Ma da che parte sta l’Italia in Europa. L’Europa è il nostro spazio politico. È il nostro bene comune. È il luogo in cui difendiamo insieme quello che da soli non sapremmo più proteggere. La libertà. La democrazia. Lo Stato di diritto. Un benessere economico sostenibile. David Sassoli, un amico che oggi manca a tutti noi, diceva che l’Europa è «un cantiere che non smette mai di operare». Una cattedrale che richiede «l’impegno di successive generazioni». Nessuno la finisce da solo. Ognuno ci aggiunge la sua pietra. È un altro modo di dire Più Uno.

Ed è proprio per difendere quel cantiere che l’Ucraina ci riguarda. E ci riguarda perché il principio di uguaglianza, che abbiamo messo al centro di Più Uno, vale anche per la guerra e la pace. Ogni persona e ogni popolo hanno la stessa dignità. Lo stesso diritto alla libertà, alla sicurezza, a decidere del proprio futuro. La Russia ha aggredito un Paese sovrano. Ha provato a cambiarne i confini con la forza. Gli ucraini hanno il diritto di difendersi. E noi stiamo dalla parte di quel diritto. Noi italiani dovremmo saperlo bene. Ogni 25 aprile ricordiamo una generazione di donne e di uomini, molti giovanissimi, che scelsero di non restare a guardare. Per me non è solo una pagina di storia. Sono figlio di un partigiano. Mio padre aveva poco più di vent’anni quando scelse da che parte stare. Le Brigate Nere lo consegnarono alle SS. Quando fu liberato, tornò a fare la sua parte nella Resistenza. Fino alla Liberazione. Non lo racconto per paragonare storie diverse. Lo racconto perché insegna una cosa che resta. Ci sono momenti in cui un popolo non sceglie la guerra. È costretto a difendere la propria libertà. Resistere a un’aggressione non vuol dire scegliere la guerra contro la pace. Vuol dire avere il coraggio di non arrendersi. Per creare le condizioni di una pace giusta e duratura. In cui i confini non si cambiano con la forza. E in cui la politica e la diplomazia prendano il posto della guerra. Ma le armi, da sole, non portano la pace. Servono creatività, diplomazia e pontieri che mancano a questa Europa. Cercare strade nuove anche quando sembra che non ce ne siano. E serve il senso del limite. Sapere fin dove spingersi. Perché se è la forza a stabilire il diritto, non stiamo costruendo la pace. Stiamo preparando la prossima guerra. Per evitare morti ingiuste e sofferenze ingiuste, serve un’Europa più forte. Non perché vinca il più forte. Ma perché non sia mai il più forte a decidere che cosa è giusto.

I diritti umani non valgono solo quando è facile difenderli. A Gaza sono state uccise decine di migliaia di palestinesi, tra cui migliaia di bambini. Sotto le bombe, nelle case, negli ospedali. O in fila per un sacco di farina. Un popolo ridotto alla fame, fino a una carestia certificata dall’ONU e provocata dall’uomo. E nemmeno la tregua ha fatto tacere le armi. Da allora, secondo l’UNICEF, a Gaza è morto in media un bambino al giorno. Denunciarlo non vuol dire dimenticare i civili israeliani massacrati il 7 ottobre, né gli ostaggi rapiti e tenuti prigionieri per due anni. Il dolore degli uni non cancella quello degli altri. Nessuna vita umana vale meno di un’altra. E nessuna forma di razzismo è ammissibile. Per questo l’antisemitismo va contrastato senza ambiguità. Lo ha ricordato Liliana Segre, chiedendo ai partiti di approvare all’unanimità la legge contro l’antisemitismo. E offrendosi di scrivere nel testo, nero su bianco, che criticare Israele come qualsiasi altro Stato non è antisemitismo. Sono due piani diversi, e devono restare distinti. Si può criticare il governo israeliano, anche duramente. E a volte si deve. Ma non si può mai condannare un popolo per le colpe del suo governo. Né quello israeliano, né quello palestinese. Sui temi più difficili il centrosinistra non può rifugiarsi nell’ambiguità. Deve scegliere.

C’è un’ultima scelta su cui non si sta a metà. Il ruolo dell’Italia nel mondo. In un tempo di guerre e di grandi potenze in competizione, l’Italia non può fare la spettatrice. E non può definire il proprio posto guardando, di volta in volta, a quale leader straniero è più vicina. Essere alleati degli Stati Uniti vuol dire avere un rapporto solido con Washington. Essere europei vuol dire fare dell’Unione il luogo in cui costruire la nostra capacità di incidere. Ma alleanza non vuol dire subalternità. E autonomia non vuol dire isolamento. Non dobbiamo scegliere tra America ed Europa. Dobbiamo avere abbastanza autonomia per scegliere, abbastanza autorevolezza per essere ascoltati, abbastanza capacità diplomatica per costruire accordi. Per un Paese come il nostro tutto questo ha un nome. Multilateralismo. È un pilastro della nostra politica estera. Vuol dire che nessun Paese basta a sé stesso, e che i problemi comuni si affrontano insieme, con regole condivise. Oggi significa anche guardare oltre l’Occidente. All’India, al Brasile, all’Indonesia, a un’Africa che è già il continente più giovane del mondo. Paesi che pesano sempre di più nell’economia e nella popolazione mondiale, e che chiedono di contare anche nelle decisioni. Se le istituzioni internazionali non sapranno fare loro spazio, quei Paesi cercheranno altrove le proprie alleanze. Per questo le istituzioni, a cominciare dalle Nazioni Unite, vanno migliorate. Non svuotate.

Abbiamo scelto di essere centrosinistra. Perché è lì che vivono le idee in cui crediamo. L’uguaglianza scritta nella Costituzione. L’Europa come casa comune. Uno Stato che rimuove gli ostacoli invece di alzarli. Non siamo di centro. Siamo di centrosinistra. Non crediamo che il centro sia un pezzo da aggiungere a qualcun altro per completarlo. Crediamo nell’ambizione di tenere insieme le culture che vogliono cambiare il Paese. Il cattolicesimo democratico, la sinistra riformista, la tradizione liberale, l’europeismo, l’ambientalismo. E parlare a tutto il Paese, non a una parte. Quell’ambizione si è persa per strada. Noi vogliamo riprenderla. Senza chiedere a nessuno di lasciare fuori la propria storia.

In quattro anni l’opposizione ha detto soprattutto due cose alla Presidente Meloni. «Dimettiti». E «vieni a riferire in Parlamento». È legittimo. Ma non è un’idea di Paese. Così l’opposizione è rimasta ferma. Nei consensi e nell’iniziativa. Nemmeno il successo della campagna referendaria, con la straordinaria mobilitazione dei giovani e della società civile, è bastato a far uscire i partiti dalle loro stanze. Si aspetta che la maggioranza si logori e che il pendolo torni da questa parte. Perché nella seconda Repubblica nessuna maggioranza ha mai vinto due volte di fila. Ma affidarsi alla cabala è pericoloso. Soprattutto davanti a uno spartiacque come questo. Diciamocelo senza alibi. Non si diventa alternativa aspettando che gli altri perdano.

C’è poi un mito da sfatare. Riguarda la ricerca di persone sole al comando. Un’alternativa non diventa credibile solo perché ci si mette d’accordo sul leader. Diventa credibile quando sa per che cosa vuole governare. Il centrosinistra non ha bisogno di qualcuno che tenga insieme i suoi leader. Ha bisogno di qualcosa che tenga insieme i suoi elettori. Non è il momento del “chi”. È il momento del “per cosa”.

Che cosa facciamo, concretamente, da domani? Continueremo a parlare con i cittadini, come abbiamo fatto finora dai comitati Più Uno, ma con la maggiore forza che ci viene dal passo compiuto oggi. Spiegheremo le nostre proposte e continueremo a raccoglierle. Allargheremo la nostra attenzione a ogni città e regione del nostro Paese. E senza timori reverenziali porteremo al tavolo del centrosinistra idee, persone e passione.

E le primarie? Lo so, la domanda incombe. Che cosa farete alle primarie? Non voglio girarci intorno. So anche che non è al primo posto nei pensieri dei cittadini. Forse nemmeno all’ultimo. La nuova legge elettorale chiede a ogni coalizione di indicare un nome. Prima del nome, però, viene l’accordo. Sul programma, sulla visione, sui punti irrinunciabili. Europa e politica estera. Crescita e salari. Sanità e scuola. Fisco. Sicurezza. Energia. Senza quell’accordo nessun nome regge. Nemmeno un terzo nome, pensato per mettere d’accordo tutti. Un nome così non esiste, se prima non c’è un’idea comune di Paese. È l’accordo che rende possibile il nome. Non il contrario. Solo allora quel nome potrà essere trovato insieme, con generosità. Se invece si sceglierà la strada delle primarie, la regola non cambia. Non si può scegliere chi guida senza aver deciso dove andare. Se sui punti irrinunciabili non siamo d’accordo, nessuna foto di gruppo ci renderà credibili. Le primarie non sono un talent show. E chiunque vinca, tutti dovremo sostenerlo. Quando arriverà il momento del chi, noi ci saremo. Ma non dimentichiamo la cosa più importante. Non bisogna vincere le primarie. Bisogna vincere le elezioni.

Più Uno nasce per allargare il centrosinistra, per riempire quelle sedie vuote. È questo il senso del nostro nome. Più Uno. Perché nessuno cambia un Paese da solo. Perché ognuno conta. E ognuno può fare una differenza. Uguali per Costituzione. Perché l’uguaglianza è la nostra direzione. E la Costituzione è la nostra strada.

Vorrei chiudere con una cosa semplice. È facile dire che cosa non va. È facile prendersela con i governi, i partiti, le istituzioni, l’Europa. Molte critiche sono anche giuste. Ma essere cittadini è qualcosa di più che avere qualcuno a cui dare la colpa. In questi anni ho incontrato un’Italia che non si è arresa. Persone che lavorano, insegnano, curano, fanno impresa, amministrano, fanno volontariato. Persone che non alzano la voce, ma ogni giorno tengono insieme pezzi di questo Paese. Tante persone che mi hanno scritto e che ho ascoltato. Questa Italia esiste. Ed è il motivo per cui non crediamo che il declino sia un destino. Con Gabrielli abbiamo chiaro da dove partire. Dalla Costituzione. Dall’uguaglianza. Dalla partecipazione. Non possiamo sapere fino in fondo Cosa sarà. Ma la politica non serve a indovinare il futuro. Serve a scegliere, oggi, da che parte stare. E sappiamo anche come vogliamo starci. Radicali nei contenuti. Moderati nei modi. In politica tutti fanno a gara a dire il numero più grande. La promessa più grande. Lo slogan più forte. Noi siamo consapevoli delle difficoltà. Abbiamo messo in campo tutta la nostra passione e le nostre competenze, scommettendo che la vittoria più grande per tutti noi sarà allargare il consenso del centrosinistra per difendere la Costituzione. Per questo c’è bisogno di tutti. Di tutti voi che siete qui e dei tanti che ci stanno ascoltando anche dalla diretta. Per questo ho deciso di prendere qualche settimana di tempo prima di indicare i primi nomi della nostra Direzione nazionale, per raccogliere le tante disponibilità che sto ricevendo. Adesso, prima di andare, vi chiedo un’ultima cosa. Non guardate me. Non guardate Gabrielli. Guardate chi avrete accanto domani mattina. Al lavoro, a scuola, nel tempo libero. E provate a portare anche solo una persona in più dentro questo progetto. Un Più Uno alla volta. Come diceva Aldo Moro, «siamo qui per l’avvenire. E crediamo di avere idee, forza, impegno quanti bastino per dare una reale impronta di novità alla società italiana». Un grazie infinito. Anzi, infinito più uno.