Vai al contenuto

Cerca nel sito

43 proposte (Più Una) per un Paese più uguale

Sei strade verso l’uguaglianza

per le elezioni politiche del 2027

Italia 2027 - 2032 Cinque anni per un Paese più uguale

Premessa

Pensiamo che se un cittadino ha un diritto sia compito dello Stato farglielo sapere e garantirlo.

La sicurezza delle nostre città è la condizione per godere di tutti i diritti di cittadinanza.

La salute delle persone non può ridursi all’attesa, in lista, di visite ed esami necessari.

Siamo convinti che puntare sui giovani significhi soprattutto pagare meglio chi li accoglie in aula ogni giorno.

Una casa a un costo sostenibile è il primo passo per costruire una vita, e non si può lasciare vuoto un alloggio pubblico mentre una famiglia aspetta.

Avere cura dell’ambiente significa prevenire prima dell’emergenza e far arrivare in bolletta il vantaggio dell’energia pulita.

La crescita economica è il motore non solo del benessere, ma della nostra democrazia.

Per tutto questo è necessario, prima di tutto, far funzionare meglio lo Stato.

Più Uno propone di partire da qui, con 43 proposte, Più Una. Il filo che le unisce è l’uguaglianza scritta nell’articolo 3 della Costituzione.

Ogni proposta contenuta in questo documento spiega che cosa può cambiare e perché serve. Il costo è stato stimato voce per voce e, anche nell’ipotesi più alta, vale meno dell’1 per cento della spesa pubblica di un anno.

Abbiamo calcolato che queste risorse si possono trovare spostando una piccola parte della spesa all’interno delle Missioni del bilancio dello Stato.

Le risorse per cambiare il Paese ci sono.

L’uguaglianza come metodo

Ancora oggi, in Italia, il punto da cui si parte conta più della strada che si è capaci di fare. Le risorse della famiglia in cui si nasce, il luogo in cui si vive, la qualità della scuola e dei servizi pubblici, la facilità con cui ci si può curare, spostare, trovare un lavoro, far valere i propri diritti. Sono condizioni che nessuno sceglie, eppure decidono molto di ciò che ciascuno potrà diventare. L’uguaglianza è fare in modo che non diventino un destino, e che ognuno abbia la possibilità concreta di costruire il proprio percorso e di mettere a frutto le proprie capacità.

Per questo l’uguaglianza non può essere un capitolo tra gli altri. È un metodo, un criterio con cui guardare ogni scelta pubblica. Vuol dire intervenire sulle condizioni che generano le disuguaglianze, e non soltanto correggerne gli effetti quando si sono già prodotte. E vuol dire guardare ogni politica anche con gli occhi di chi parte da più lontano, o ha meno strumenti per affrontare da solo un cambiamento. Di cambiamenti questo tempo ne porta molti. Il lavoro, la tecnologia, l’età media della popolazione, il clima stanno trasformando il Paese più in fretta di quanto le sue istituzioni riescano a seguirlo, e se nessuno li governa finiscono per allargare le distanze che già esistono. Limitarsi ad amministrare l’esistente non basta più.

Da qui nasce un’esigenza che viene prima di ogni singola proposta. Per troppo tempo la politica ha smesso di tenere insieme i pezzi del Paese. La sanità da una parte, la scuola dall’altra, e poi il fisco, il lavoro, la casa, la sicurezza, ciascuno affrontato per conto suo. Ma nella vita di una persona quei problemi non arrivano separati. Si presentano nello stesso momento, uno sopra l’altro. Chi perde il lavoro deve pensare in poche settimane all’affitto, alla retta del nido, alle cure di un genitore anziano. Uno studente fuori sede ha bisogno, prima ancora di cominciare le lezioni, di una borsa di studio, di una stanza e di un lavoro per mantenersi. Chi ha più strumenti riesce a ricomporre i pezzi. Chi ne ha meno resta solo a farlo, passando da un ufficio all’altro. Il Paese va guardato di nuovo nella sua interezza. E il primo luogo in cui farlo è lo Stato.

Molti diritti sono già scritti nelle leggi, molti strumenti sono previsti, molte risorse sono stanziate. Eppure, restano spesso sulla carta, perché nessuno si incarica di farli arrivare fino alla persona che ne ha bisogno. Una legge approvata non risolve da sola un problema. Lo risolve uno Stato capace di tradurla in realtà. Prima ancora di immaginare ciò che manca, bisogna dunque far funzionare davvero ciò che esiste.

Uno Stato che funziona è parte di una società più uguale. Eliminare qualche modulo, digitalizzare una procedura, finanziare un nuovo servizio sono passi utili, ma cambiano poco se ogni amministrazione continua a lavorare per conto proprio. Il punto è coordinarle, ed evitare che scarichino sui cittadini compiti che spettano a loro. Quando una responsabilità è pubblica, non può passare al cittadino soltanto perché gli uffici non riescono a parlarsi.

Altrettanto importante è scegliere come usare le risorse comuni. Molte di quelle che servono per migliorare il Paese esistono già, ma non sempre sono impiegate secondo le priorità e non sempre se ne verifica l’effetto. Governare significa decidere che cosa viene prima, rafforzare ciò che funziona, correggere ciò che non dà i risultati attesi e spostare risorse verso ciò che riduce le distanze, allarga le opportunità e rende più forti i diritti. Ogni euro pubblico è una scelta su quale Paese vogliamo costruire. E ogni euro speso male ha un nome e un indirizzo. Un’aula che non è stata messa in sicurezza, un asilo che non ha aperto, un reparto rimasto senza il macchinario che serviva.

Redistribuire meglio ciò che abbiamo, però, è solo una parte del lavoro. Una società più giusta ha bisogno anche di un’economia che innovi e crei nuova ricchezza, in grado di pagare salari più alti e di sostenere servizi pubblici migliori. Crescita e uguaglianza non sono obiettivi alternativi. Si tratta di ottenere una crescita alla quale possano contribuire più persone e i cui benefici arrivino a tutti, in ogni parte del Paese. Da qui le proposte su lavoro e impresa, con la formazione lungo tutta la vita, gli investimenti in ricerca e infrastrutture, una politica industriale che sceglie su quali settori puntare. Una società che permette a più persone di sviluppare i propri talenti non è soltanto più uguale. Usa meglio le proprie energie e si dà più possibilità di crescere. Migliorare ciò che c’è e progettare ciò che manca sono due parti dello stesso compito.

Lo stesso criterio vale per il fisco, per la sanità, per la scuola, per la sicurezza, per l’immigrazione, per la giustizia. Vale per tutto. Un’uguaglianza riconosciuta soltanto nelle norme rischia di restare vuota. È il compito che l’articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica, quando le chiede di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Non basta riconoscere un diritto. Occorre creare le condizioni concrete perché possa essere esercitato. Ed è la ragione per cui, davanti a ogni decisione, ci facciamo una sola domanda. Quale ostacolo stiamo togliendo?

L’articolo 4 aggiunge l’altra metà. Chiede a ogni cittadino di svolgere, “secondo le proprie possibilità e la propria scelta”, un’attività che concorra al progresso della società. Diritti e responsabilità non si escludono. Chiedere a ciascuno di fare la propria parte ha senso se anche le istituzioni fanno la loro, e permettono a ognuno di scegliere, lavorare, rischiare, partecipare e contribuire.

Le proposte che seguono vogliono essere un contributo al programma del centrosinistra. Non coprono ogni ambito dell’azione pubblica e non pretendono di avere una soluzione per ogni problema. Scelgono alcuni temi e alcuni problemi concreti, sui quali provare a mostrare un modo di governare. Partono da ciò che già esiste, cercano di capire che cosa può funzionare meglio e indicano che cosa occorre cambiare o costruire per rendere il Paese più uguale.

Sono nate dal lavoro dei comitati territoriali di Più Uno e da mesi di ascolto, e cercano risposte praticabili a difficoltà che le persone vivono ogni giorno. Non vogliono essere un elenco di promesse, ma l’espressione di un metodo. Ciascuna è scritta come un impegno che si possa capire e verificare, e dice che cosa propone, perché serve e che cosa cambia.

Le quarantatré proposte percorrono sei strade. La prima riguarda il rapporto con lo Stato, la seconda la sicurezza e la giustizia, la terza i diritti sociali, la quarta la conoscenza e le opportunità, la quinta il lavoro, le competenze e l’integrazione, la sesta i territori, l’ambiente e il patrimonio. A queste si aggiunge la Più Una, una proposta trasversale che concentra ricerca e investimenti su poche filiere strategiche e porta crescita e lavoro qualificato nei territori che ne sono rimasti privi. Sono strade diverse che portano allo stesso punto, e lungo ciascuna si applica lo stesso criterio e ci si pone la stessa domanda. È il nostro modo di tenere insieme i pezzi del Paese, così come ciascuno li incontra nella propria vita.

Per la stessa ragione i giovani non hanno un capitolo a parte. Non sono soltanto i destinatari di misure dedicate. Sono cittadini a pieno titolo, che hanno diritto a partecipare alle scelte da cui dipende il loro futuro, e un Paese più uguale si costruisce anche con il loro contributo. Le proposte che li toccano più da vicino attraversano la scuola, l’università e gli ITS Academy, la casa, il lavoro e la formazione, la prevenzione della violenza giovanile, la presenza nei consigli dove si decide il futuro delle imprese, fino a chi è partito e vuole tornare.

Lo stesso vale per il Mezzogiorno. Tra le proposte non c’è un capitolo dedicato al Sud, e non è una dimenticanza, né una sottovalutazione. Per decenni il Mezzogiorno è stato trattato come uno dei tanti punti di una piattaforma politica, mentre la coesione territoriale non riguarda una parte del Paese, ma la forza del Paese intero. Il Sud ritorna così lungo tutte le strade, dalla misura del divario nei diritti di cittadinanza ai nidi e al tempo pieno dove servono di più, fino al lavoro qualificato da portare dove oggi manca.

Per capire se queste proposte si possono finanziare bisogna partire da quanto spende oggi lo Stato. Secondo i dati della Banca d’Italia, nel 2025 la Pubblica Amministrazione nel suo insieme, cioè Stato, Regioni, enti locali, enti pubblici ed enti previdenziali, ha speso 1.155 miliardi di euro.

Il bilancio dello Stato vale da solo 730 miliardi, ma una parte importante ha già una destinazione obbligata. Circa 154 miliardi servono a far funzionare l’Amministrazione, tra stipendi e acquisti di beni e servizi. Altri 86 vanno in interessi sul debito pubblico. Oltre 160 sono trasferiti all’INPS per le pensioni. Restano circa 330 miliardi per i compiti istituzionali, cioè sanità, scuola, sicurezza e giustizia, infrastrutture, ambiente, sostegno all’economia, alle attività sociali e alla cultura. Una parte di questa spesa lo Stato la gestisce direttamente. Un’altra parte rilevante passa per le Regioni e gli enti locali, attraverso i trasferimenti statali.

È dentro questi 330 miliardi che vanno cercate, prima di tutto, le risorse per le 43 proposte e per la Più Una. Lo strumento è la riqualificazione della spesa, cioè rivedere come si spende oggi per spostare risorse verso le priorità indicate qui.

Le proposte costano 11,4 miliardi l’anno, al netto dei risparmi che producono. È il costo a regime, quando tutte le misure sono pienamente attuate, dopo circa cinque anni, il tempo di una legislatura. Scegliamo il confronto meno favorevole, con i conti pubblici di oggi e non con quelli futuri, che potrebbero migliorare. A questo si aggiungono 4 miliardi di spese da sostenere una sola volta per avviare le misure, come sistemi informativi, laboratori o il recupero di alloggi pubblici.

Anche così, il costo annuo vale meno dell’1 per cento della spesa pubblica di un anno.

Il costo è anche ben distribuito. Solo tre proposte superano il miliardo, quelle per gli insegnanti, per la precompilata dei diritti e per le liste d’attesa.

In passato l’Italia ha già ridotto la spesa di circa 30 miliardi l’anno. Qui ne servono poco più di 11. Si può fare senza toccare i servizi essenziali.

E sappiamo dove cercare. Tra contributi, sussidi e incentivi alle imprese ci sono 41 miliardi di spesa che si possono ridurre o eliminare, a partire dagli aiuti che non producono risultati. Negli acquisti della pubblica amministrazione ci sono altri 18 miliardi che si possono ridurre comprando meglio. E lo Stato incassa poco da edifici, società partecipate e beni pubblici dati in concessione. Gestirli meglio vale tra 4 e 5 miliardi l’anno in più.

Nel complesso, quindi, le risorse per queste proposte ci sono.

Per identificare le precise poste del bilancio pubblico che devono essere corrette abbiamo collegato il costo di ciascuna al settore di spesa dello Stato a cui appartiene (la missione di bilancio), ossia alle grandi voci in cui è diviso il bilancio, una per ogni compito pubblico, dalla sanità alla scuola, dalla sicurezza ai trasporti. Spesso più proposte toccano la stessa area di spesa. Per questo abbiamo ripetuto il conto per ciascun settore, sommando le proposte che lo riguardano.

In base a questo criterio per oltre la metà delle proposte il peso è minimo, perché costano meno dell’1% di quanto lo Stato già spende in quel campo. Sono 29 proposte, con un costo quasi irrilevante per il bilancio.

Per le altre 15 proposte il peso è moderato o rilevante. Tra queste ci sono le proposte su istruzione, casa e sicurezza, cioè i campi in cui sono necessari i risparmi e le nuove spese più rilevanti per cambiare la direzione dell’intervento pubblico.

Proviamo allora a immaginare un Paese in cui tutto questo accade davvero. Un Paese in cui è lo Stato ad avvisarti che hai diritto a un aiuto, e una pratica non si ferma perché un ufficio non risponde. In cui una visita si prenota una volta sola, con un tempo garantito, e un referto vale in ogni Regione. In cui un bambino trova un posto al nido e uno studente idoneo trova la borsa di studio e un posto dove vivere. In cui chi abita in un paese dell’interno raggiunge l’ospedale anche senza automobile, e un’impresa che apre uno stabilimento al Sud sa fin dall’inizio su che cosa può contare.

È questo il Paese che abbiamo in mente. Non un Paese perfetto, ma un Paese che funziona, e che funziona per tutti.

43 proposte (Più Una)

Strada 1 Uguali di fronte allo Stato

Strada 2 Uguali nella sicurezza e nella giustizia

Strada 3 Uguali nei diritti sociali

Strada 4 Uguali nella conoscenza e nelle opportunità

Strada 5 Uguali nel lavoro, nelle competenze e nell’integrazione

Strada 6 Uguali nei territori, nell’ambiente e nella cura del patrimonio

Più Una Scegliere una direzione per la crescita

€ Stima delle singole proposte

Un contributo aperto

Queste quarantatré proposte, Più Una, non rappresentano un programma completo e non esauriscono il confronto. Rappresentano una selezione del lavoro svolto da Più Uno e un contributo a disposizione di chi vuole realizzare un Paese più uguale, fatto di misure sviluppate nei meccanismi, aggiornate nei contenuti e presentate in una forma che consente di valutarne finalità, novità e condizioni di attuazione.

Uno Stato che funziona rende le persone più libere e il Paese più uguale.

Costituzione della Repubblica Italiana

Principi fondamentali

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Uguali per Costituzione

Entrata in vigore il 1° gennaio 1948

Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/proposte.