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Uguali nella sicurezza e nella giustizia

La sicurezza deve essere garantita con prevenzione, presenza pubblica, coordinamento e responsabilità. La giustizia deve rendere effettivi i diritti riconosciuti e l’esecuzione della pena deve rispettare la dignità della persona e preparare al reinserimento.

La sicurezza comincia prima del reato, quando un ragazzo in difficoltà può ancora essere raggiunto da una rete che lo sostiene. Continua nei quartieri, con piani costruiti insieme a chi ci vive, e si regge su forze dell’ordine coordinate, riconoscibili e tutelate, presenti davvero nei numeri. Non si ferma con la condanna, perché una pena che prepara al ritorno nella società protegge anche chi è fuori, e una pena breve può essere scontata lavorando per la comunità. E la giustizia deve essere effettiva anche oltre le aule penali. Chi ha ottenuto una sentenza deve poter riscuotere ciò che gli spetta, una pena pecuniaria deve essere pagata davvero, e un figlio deve ricevere l’assegno di mantenimento anche quando un genitore non lo versa.

9 Un sistema nazionale per prevenire la violenza giovanile

«Se un ragazzo commette un reato, lo Stato deve intervenire. Ma una politica seria della sicurezza prova anche ad arrivare prima, quando c’è ancora il tempo per evitare che una situazione di fragilità si aggravi.»

LA PROPOSTA Accanto alla risposta penale serve un sistema nazionale di prevenzione, che trasformi interventi oggi separati in una rete territoriale stabile. Scuola, servizi sociali e sanitari, Comuni, giustizia minorile, sport e terzo settore hanno protocolli comuni per segnalare una difficoltà, valutarla con competenze adeguate e attivare rapidamente un sostegno per il ragazzo e la famiglia.

Ogni territorio individua punti di accesso riconoscibili e un soggetto responsabile del coordinamento dei casi complessi. La condivisione dei dati riguarda solo le informazioni necessarie, con basi giuridiche chiare e garanzie di riservatezza.

Non si introducono liste di “ragazzi a rischio” né automatismi predittivi. Fragilità, disagio e pericolosità non sono la stessa cosa.

PERCHÉ SERVE Interventi contro dispersione scolastica, povertà educativa, disagio psicologico, dipendenze e criminalità minorile esistono già. Anche il decreto Caivano, nel 2023, ha rafforzato misure preventive e repressive.

Il problema è la frammentazione. Servizi diversi vedono pezzi dello stesso problema senza un percorso ordinario per lavorare insieme. La scuola nota le assenze, i servizi sociali conoscono la situazione familiare, l’allenatore vede un ragazzo che cambia. Ma ciascuno resta con il proprio pezzo, e nessuno mette insieme il quadro.

Prevenire significa arrivare prima del reato, quando emergono bisogni concreti, offrendo sostegno senza criminalizzare chi attraversa una difficoltà.

COSA CAMBIA Oggi ogni servizio vede un pezzo del problema. Con la proposta lavorano insieme, con regole comuni. La novità non è creare nuovi servizi, ma fissare uno standard organizzativo nazionale, con protocolli territoriali permanenti, punti di accesso chiari, responsabilità di coordinamento, tempi di presa in carico e verifica dei risultati.

Gli indicatori misurano l’accesso ai servizi, la continuità scolastica, la riduzione delle recidive e altri esiti verificabili. Non servono a costruire profili automatici di pericolosità.

10 Piani di sicurezza di quartiere costruiti con i cittadini

«I cittadini rappresentano i problemi che vivono. Le istituzioni devono coordinarsi per risolverli e tornare dai cittadini per rendere conto di ciò che hanno fatto.»

LA PROPOSTA Nelle aree urbane più problematiche si definiscono piani di sicurezza costruiti con chi vive e lavora nei quartieri. Ogni piano indica pochi obiettivi concreti, tempi, risorse e responsabilità, con verifiche periodiche pubbliche. Il piano non cambia le competenze di prefetto, questore e sindaco, che restano quelle previste dalla legge, ma le mette al servizio di obiettivi comuni.

Le segnalazioni dei cittadini confluiscono in un sistema unico, che le assegna all’amministrazione competente e ne segue l’esito.

Una parte delle risorse del piano viene affidata direttamente alle scelte dei residenti, con un bilancio partecipativo di quartiere. I progetti vengono votati, realizzati entro tempi certi e rendicontati pubblicamente.

PERCHÉ SERVE La sicurezza deve essere garantita allo stesso modo anche nei quartieri più fragili. Ma problemi diversi richiedono risposte diverse, dalla presenza delle forze di polizia alla scuola, dall’illuminazione agli spazi pubblici, dai servizi al contrasto delle dipendenze.

Gli strumenti esistono, a partire dai patti per la sicurezza urbana tra prefetti e sindaci. Ma spesso vengono decisi senza coinvolgere chi vive nei quartieri, e senza obiettivi che si possano verificare.

Non può spettare ai cittadini capire quale ufficio sia competente. E chi conosce meglio un quartiere, cioè chi ci vive, deve poter dire la sua su come renderlo più sicuro.

COSA CAMBIA I patti tra Stato e Comuni diventano piani operativi di quartiere, fondati su ascolto, presa in carico unitaria e verifica dei risultati. Ogni segnalazione ha un responsabile e un esito conoscibile, e la valutazione misura ciò che è davvero cambiato.

E i residenti non sono solo ascoltati. Decidono direttamente come usare una parte delle risorse.

11 Centrali operative uniche, organici reali, catena di comando e tutela degli operatori

«La città deve essere governata come un unico spazio. E la responsabilità deve essere riconoscibile lungo tutta la catena di comando, tutelando insieme cittadini e operatori.»

LA PROPOSTA Nelle maggiori aree urbane le sale operative di Polizia di Stato, Carabinieri e polizie locali funzionano come un’unica centrale, anche se restano nelle rispettive sedi. Condividono i dati sugli interventi, hanno una visione comune delle unità disponibili e usano sistemi interoperabili e protocolli comuni, ferme restando le competenze previste dalla legge.

Nei servizi di ordine pubblico gli operatori sono identificabili con un codice individuale, che non rende pubblico il nome. Vengono registrati anche i responsabili del servizio e le principali disposizioni operative. A questa tracciabilità si affianca la tutela legale e patrimoniale dell’operatore che abbia agito nell’esercizio delle funzioni, nel rispetto degli ordini e senza dolo o colpa grave.

La stessa trasparenza vale per gli organici. Ogni anno la programmazione delle forze di polizia indica non soltanto quante persone saranno assunte, ma quante saranno effettivamente in servizio, tenendo conto di pensionamenti e tempi di formazione, e in quali territori e funzioni verranno impiegate. Annunciare nuove assunzioni non basta. Conta il saldo reale.

PERCHÉ SERVE Una sicurezza efficace richiede insieme coordinamento operativo e responsabilità riconoscibili. I fenomeni urbani non seguono i confini tra centrali e amministrazioni; allo stesso tempo, chi esercita la forza per conto dello Stato deve essere identificabile senza che il singolo operatore risponda da solo di decisioni organizzative o operative assunte ad altri livelli.

COSA CAMBIA Le centrali diventano unitarie sul piano tecnologico e funzionale, così da intervenire prima e in modo più coordinato, e la responsabilità diventa tracciabile lungo la catena di comando. Il cittadino può sapere chi è intervenuto. L’operatore è tutelato quando ha agito correttamente. L’amministrazione risponde delle proprie scelte.

E ogni anno si sa quanti agenti ci sono davvero, e dove.

Tutelati e riconoscibili. Così si protegge chi indossa una divisa e chi gli sta di fronte.

12 Ogni detenuto deve avere un progetto di reinserimento in società

«La pena deve essere certa, ma deve avere anche una direzione, quella di preparare il ritorno nella società riducendo la recidiva e proteggendo chi ogni giorno lavora negli istituti.»

LA PROPOSTA Ogni persona condannata ha un progetto individuale con obiettivi verificabili su lavoro, formazione, istruzione, salute, dipendenze, relazioni familiari e preparazione all’uscita. Il percorso ha un referente riconoscibile, coinvolge i servizi del territorio e viene aggiornato durante l’esecuzione della pena.

Perché funzioni servono, insieme, organici adeguati, spazi e condizioni di lavoro sostenibili per educatori, personale sanitario e Polizia penitenziaria. Il rafforzamento procede per gradi, a partire dagli istituti più sovraffollati.

La Polizia penitenziaria concorre alla sicurezza e alla prevenzione, ma non può essere lasciata sola a gestire disagio psichico, autolesionismo e conflitti.

Per le pene brevi, comunità al posto delle celle. Immobili pubblici inutilizzati, comprese caserme dismesse, vengono recuperati come strutture territoriali per persone condannate a pene brevi o con un breve residuo di pena, nei casi previsti dalla legge. Lavoro, formazione, cura delle dipendenze e attività di utilità sociale costruiscono responsabilità e riducono la recidiva. Si usano soltanto edifici già di proprietà pubblica, senza nuove costruzioni.

Più lavori di pubblica utilità, a favore di Comuni ed enti pubblici, con adeguate garanzie e senza mai sostituire il lavoro ordinario. E la giustizia riparativa diventa accessibile davvero, con centri e mediatori qualificati in ogni distretto e un’informazione chiara alle parti. La partecipazione resta libera e rispettosa dei diritti della vittima e della persona indicata come autore dell’offesa.

PERCHÉ SERVE La pena deve essere certa, ma la Costituzione le assegna anche una funzione rieducativa. E poiché quasi tutti i detenuti torneranno nella società, il reinserimento è una politica di sicurezza.

La legge prevede già, dal 1975, un programma di trattamento per ogni detenuto. Ma sovraffollamento, tempo vuoto e carenza di personale lo riducono spesso a un adempimento formale, e alimentano tensioni, violenza e recidiva, logorando tanto i detenuti quanto chi lavora negli istituti.

La vera tutela della Polizia penitenziaria non consiste nell’aggiungere strumenti coercitivi, ma nel ridurre il caos strutturale, attraverso organizzazione, prevenzione, formazione e rapporti sostenibili tra operatori e detenuti.

La riforma del 2022 ha introdotto la giustizia riparativa e ampliato le pene sostitutive, compresi i lavori di pubblica utilità. Ma i centri per la giustizia riparativa non sono ancora presenti in ogni distretto, le convenzioni con gli enti sono scarse, e molte persone con pene brevi restano in carcere perché fuori manca un luogo e un percorso che le accolga.

COSA CAMBIA Oggi il programma di trattamento esiste, ma spesso solo sulla carta. Con la proposta diventa un percorso reale. Osservazione, lavoro, formazione, cure, servizi del territorio e misure alternative diventano parti di un unico progetto, verificato periodicamente e orientato all’uscita.

La Polizia penitenziaria viene pienamente coinvolta nel governo dell’istituto, in coordinamento con le aree educativa e sanitaria, con risorse e professionalità adeguate. Chi deve scontare una pena breve trova un luogo e un lavoro fuori dalla cella, e la vittima, se lo vuole, uno spazio per essere ascoltata e ottenere una riparazione.

Il carcere torna a custodire dove necessario, a reinserire concretamente e a garantire condizioni più sicure per chi vi è detenuto e per chi vi lavora.

13 Dopo una sentenza, deve essere lo Stato ad aiutarti a riscuotere

«Se un giudice ha già stabilito che quei soldi ti spettano, devi poter scegliere un servizio pubblico che ti aiuti a recuperarli, senza dover affrontare da solo anche tutta la fase della riscossione.»

LA PROPOSTA Chi ha ottenuto una sentenza o un altro provvedimento giudiziario esecutivo che gli riconosce una somma di denaro può scegliere di affidarne il recupero a un servizio pubblico, gestito da Agenzia delle entrate-Riscossione. Vale per le persone come per le imprese.

L’Agenzia verifica che il titolo possa essere usato per la riscossione e chiede al debitore di pagare entro il termine previsto. Se il pagamento non arriva, individua i beni o le somme con cui soddisfare il credito e, quando ne ricorrono le condizioni, procede al recupero secondo regole stabilite appositamente dalla legge.

Il servizio è facoltativo. Chi vuole può continuare a usare l’attuale procedura civile con il proprio avvocato.

Lo stesso deve valere quando a dover ricevere è lo Stato. Le multe e le ammende inflitte con una condanna penale devono essere pagate davvero. Il giudice dispone accertamenti patrimoniali tempestivi e, quando ne ricorrono i presupposti, misure a garanzia del pagamento. Chi non può pagare tutto e subito paga a rate commisurate alle sue condizioni economiche, come la legge già consente, e restano sempre protetti i beni necessari per vivere e per lavorare.

PERCHÉ SERVE Ottenere una sentenza favorevole non significa ricevere ciò che è dovuto. Se il debitore non paga spontaneamente, il creditore deve avviare una nuova fase, l’esecuzione civile, con altri adempimenti, tempi e costi. Deve individuare da solo i beni o le somme del debitore e, quando possibile, procedere al pignoramento.

L’Agenzia delle entrate-Riscossione ha già strutture, sistemi informatici ed esperienza per recuperare i crediti affidati dagli enti pubblici, comprese, nei casi previsti dalla legge, le attività esecutive. Ma il suo servizio è rivolto agli enti creditori, e oggi un cittadino non può affidarle un proprio credito privato riconosciuto da un giudice.

La proposta non elimina il processo civile e non chiede allo Stato di decidere di nuovo chi abbia ragione. Quella decisione è già contenuta nel titolo esecutivo. Il nuovo servizio riguarda soltanto la fase successiva, quella in cui si cerca di ottenere concretamente il pagamento.

Un diritto riconosciuto da un giudice, ma mai pagato, resta un diritto soltanto sulla carta.

Anche lo Stato fatica a riscuotere ciò che un giudice ha deciso. Una pena che non si paga non è una pena.

COSA CAMBIA Oggi chi ha un titolo esecutivo e un debitore che non paga deve avviare da solo l’esecuzione civile. Con la proposta ha una possibilità in più, affidare il recupero a un servizio pubblico specializzato.

Non serve una nuova causa per dimostrare di nuovo che il denaro spetta.

Questo non significa dare allo Stato poteri illimitati. La legge stabilisce con precisione quanto costa il servizio, quali informazioni può consultare, quali beni possono essere pignorati, quali somme restano protette, come il debitore può contestare eventuali irregolarità e come evitare che sullo stesso credito procedano più esecuzioni insieme. I poteri speciali previsti per la riscossione dei tributi non si trasferiscono automaticamente ai crediti privati.

Accanto all’esecuzione civile nasce un canale pubblico, facoltativo, per far arrivare davvero ciò che un giudice ha già riconosciuto. E una condanna al pagamento di una pena pecuniaria smette di essere una sanzione soltanto sulla carta, senza togliere a nessuno il necessario per vivere.

14 Se un genitore non paga l’assegno per i figli, lo Stato lo anticipa e poi lo recupera

«Se un genitore non paga l’assegno, non può essere l’altro a fare da esattore. Lo Stato anticipa ai figli ciò che spetta loro e lo recupera da chi lo deve.»

LA PROPOSTA Quando il giudice stabilisce quanto un genitore deve versare ogni mese per i figli, quel genitore non paga più direttamente all’altro, ma all’INPS, che gira subito la somma al genitore con cui vivono i figli. La regola vale allo stesso modo per il padre e per la madre.

Se un mese i soldi non arrivano, l’INPS paga lo stesso, fino a un importo massimo fissato dalla legge. Poi recupera la somma da chi non ha pagato, trattenendola dallo stipendio, dalla pensione o dai rimborsi fiscali, sempre nei limiti che la legge già prevede per lasciare a ciascuno il necessario per vivere.

Il genitore che vive con i figli non deve pagare un avvocato, avviare un pignoramento o rintracciare il datore di lavoro dell’altro. Chi deve pagare, se il suo reddito si riduce davvero, conserva la possibilità di chiedere al giudice di rivedere l’importo. Se entrambi i genitori preferiscono continuare a pagarsi direttamente, possono farlo.

Un esempio. Giulia vive con i suoi due figli. Il giudice ha stabilito che l’altro genitore versi 400 euro al mese, ma da tre mesi non paga. Oggi Giulia deve rivolgersi a un avvocato, mettere in mora l’ex, aspettare e poi chiedere un pignoramento, mentre i figli vivono con 400 euro in meno ogni mese. Con la proposta Giulia riceve comunque i 400 euro dall’INPS, e l’INPS li trattiene dallo stipendio di chi doveva pagarli.

PERCHÉ SERVE Oggi gli strumenti sono pochi e parziali. Il genitore che non riceve l’assegno può chiedere che lo paghi direttamente il datore di lavoro dell’altro, o l’INPS se l’altro è pensionato. Ma deve prima mettere in mora il debitore, aspettare almeno trenta giorni e fare tutto da solo.

Nel 2016 era stato creato un fondo nazionale per anticipare il mantenimento, ma valeva solo per due anni e solo per il coniuge separato in stato di bisogno, ed è rimasto a lungo bloccato in attesa del decreto attuativo. I tribunali hanno chiarito che non copriva l’assegno destinato ai figli. Alcuni territori, come la provincia di Trento, lo anticipano. Ma un diritto che esiste solo in alcune province non è un diritto. Proposte di legge nazionali sono state presentate fin dal 2003 e non sono mai state approvate.

Intanto a fare da esattore è chi resta con i figli, quasi sempre la madre. In Francia, dal 2023, è lo Stato a incassare ogni mese l’assegno dal genitore obbligato e a versarlo all’altro, salvo che entrambi rifiutino. In Germania lo Stato anticipa il mantenimento ai figli dei genitori soli.

COSA CAMBIA Oggi il mantenimento dei figli dipende dalla puntualità di un genitore e dalla pazienza dell’altro. Con la proposta dipende dallo Stato. I soldi arrivano ogni mese, i genitori smettono di litigare per i pagamenti e chi non paga viene individuato subito, non dopo anni.

L’anticipo non è un regalo a chi non paga, perché lo Stato si fa restituire tutto, senza togliere a nessuno il necessario per vivere. È la stessa idea della proposta sulla riscossione dei crediti riconosciuti da un giudice. Chi deve ricevere una somma già decisa non può essere lasciato solo a inseguirla, tanto meno quando quella somma serve a crescere un figlio.

Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/proposte/sicurezza.