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Sei strade verso l’uguaglianza
Strada 4

Uguali nella conoscenza e nelle opportunità

Infanzia, scuola, insegnanti, diritto allo studio, formazione tecnologica superiore e ricerca devono ridurre il peso delle condizioni di partenza e mettere ogni persona nelle condizioni di sviluppare capacità e talenti.

Questa strada accompagna una persona che cresce. Comincia dal nido, dove le disuguaglianze si formano prima ancora della scuola, e dal tempo pieno, che conta di più dove le opportunità sono minori. Prosegue nella scuola, che deve accorgersi di chi sta male in silenzio e insegnare a stare con gli altri, e che si regge sugli insegnanti, da pagare meglio, formare di continuo e sottrarre alla precarietà. Arriva all’università, dove chi ha diritto a una borsa di studio deve riceverla davvero, insieme a un posto dove vivere quando studia lontano da casa. Accanto all’università si apre la formazione tecnologica superiore degli ITS Academy, che deve diventare un canale stabile e offrire ai giovani un lavoro qualificato e, per chi lo vuole, la possibilità di continuare a studiare. E si chiude nella ricerca, perché le competenze formate con risorse pubbliche non vadano perse quando un progetto finisce.

21 Più opportunità educative dall’infanzia, con nidi e tempo pieno dove servono di più

«Un contributo non crea un posto al nido e una mensa, da sola, non crea il tempo pieno. Le risorse devono trasformarsi in servizi reali, prima dove oggi mancano di più.»

LA PROPOSTA Chiedere un posto al nido significa essere presi in carico dal Comune. Vale per le famiglie sotto una soglia ISEE definita dalla legge. Se non c’è posto nel nido pubblico o convenzionato, il Comune verifica se ci sono posti disponibili in strutture private autorizzate con cui convenzionarsi. La famiglia paga una retta non superiore a quella del servizio pubblico equivalente e il Comune copre la differenza entro un costo standard. Se nel territorio non c’è alcun posto disponibile, la domanda resta in graduatoria e quel bisogno viene conteggiato nella programmazione dei nuovi posti.

Il bonus nido viene pagato direttamente alla struttura. È già così per il bonus psicologo, per cui l’INPS paga il professionista per la parte coperta. La famiglia versa soltanto la quota che resta a suo carico e non deve anticipare ogni mese la retta intera. Un aiuto pensato per chi ha poco non può funzionare soltanto per chi ha i soldi da anticipare.

Il tempo pieno cresce prima dove manca di più. Nella scuola primaria, l’aumento parte dalle scuole e dai territori in cui oggi è meno disponibile e dove sono maggiori i divari educativi, tenendo conto anche della domanda delle famiglie. Per aprire davvero nuove classi a tempo pieno si programmano insieme docenti, mensa e spazi. Finanziare soltanto uno di questi elementi non basta.

PERCHÉ SERVE Nidi, contributi alle famiglie e tempo pieno esistono già, e negli ultimi anni sono state investite risorse per aumentarne l’offerta. Ma aumentare il numero complessivo dei posti non significa garantire l’accesso alla singola famiglia.

I posti al nido restano molto diversi da un territorio all’altro, e al Sud sono circa la metà che al Centro e al Nord. Le graduatorie comunali, poi, danno spesso la precedenza ai figli di genitori che lavorano. Così chi ha meno reddito rischia di restare in fondo alla lista.

Una famiglia può avere diritto a un contributo e non trovare comunque un nido. Il bonus asilo nido dell’INPS rimborsa le rette pagate, fino a un certo tetto, ma se il posto non c’è non c’è nulla da rimborsare. E quando il posto c’è, la famiglia deve comunque anticipare ogni mese la retta intera, che per chi ha poco può essere già un ostacolo.

Allo stesso modo, il tempo pieno esiste già, ma la sua disponibilità varia molto tra territori e scuole. Il problema è trasformare le risorse disponibili in un accesso effettivo, dando priorità ai luoghi e alle famiglie che oggi hanno meno possibilità.

COSA CAMBIA Oggi la famiglia riceve un contributo o un posto in graduatoria. Con la proposta riceve una risposta. Per le famiglie con meno reddito, il Comune cerca attivamente un posto anche nell’offerta privata autorizzata. Se il posto non esiste, quella domanda diventa un dato concreto su cui programmare l’aumento dell’offerta.

Il bonus nido smette di essere un rimborso. Arriva direttamente alla struttura, e la famiglia paga soltanto la parte che resta a suo carico.

Per il tempo pieno cambia il criterio con cui si decide dove ampliarlo. Le nuove risorse vanno prima alle scuole che ne hanno meno e che presentano maggiori divari educativi. E personale, mensa e spazi si finanziano insieme, perché solo con tutti e tre si aprono davvero nuove classi a tempo pieno.

22 Uno psicologo in ogni scuola e percorsi di educazione affettiva

«La scuola non deve curare ogni problema. Deve però saper riconoscere quando un ragazzo ha bisogno di aiuto e, nello stesso tempo, insegnare a conoscere le emozioni, rispettare gli altri e costruire relazioni sane.»

LA PROPOSTA Ogni scuola ha uno psicologo di riferimento, presente in modo stabile, che i ragazzi conoscono e a cui sanno di potersi rivolgere. Non qualcuno che arriva soltanto quando scoppia un’emergenza, ma un volto riconoscibile per studenti, famiglie e insegnanti, capace di ascoltare, orientare e aiutare a intercettare presto le situazioni di difficoltà.

Gli psicologi sono organizzati in reti territoriali, che coordinano il lavoro e garantiscono la presenza anche nelle scuole più piccole, e sono collegati ai servizi sanitari quando serve un intervento specialistico.

Accanto a questo servizio ci sono percorsi di educazione affettiva adeguati all’età, dedicati alla conoscenza delle emozioni, alle relazioni, al rispetto dell’altro, ai confini personali, al consenso e alla gestione dei conflitti.

PERCHÉ SERVE Tanti ragazzi oggi stanno male in silenzio. E la scuola è spesso il primo luogo dove qualcuno può accorgersene. Ogni giorno incontra ragazze e ragazzi che attraversano momenti di difficoltà, ma un insegnante non può e non deve diventare uno psicologo.

Serve una professionalità specifica, che sappia ascoltare, riconoscere quando un problema richiede maggiore attenzione e, se necessario, accompagnare verso i servizi competenti. Oggi in molte scuole lo psicologo c’è, ma legato a progetti e fondi temporanei, che cambiano da un anno all’altro. Il servizio deve poter lavorare anche con docenti e famiglie, senza trasformare ogni fragilità o difficoltà adolescenziale in una diagnosi.

Ma intervenire quando un problema emerge non basta. La scuola è anche uno dei primi luoghi in cui si impara a stare con gli altri. Per questo deve offrire strumenti per comprendere le proprie emozioni, riconoscere e rispettare quelle degli altri, affrontare i conflitti e costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco.

Sostegno psicologico ed educazione affettiva rispondono a esigenze diverse, ma concorrono allo stesso obiettivo, aiutare ragazze e ragazzi a crescere più consapevoli di sé e degli altri.

COSA CAMBIA Il supporto psicologico smette di dipendere da progetti occasionali, risorse temporanee o dalla scelta della singola scuola. Ogni scuola ha uno psicologo di riferimento, con una presenza stabile organizzata in reti territoriali e un raccordo chiaro con il sistema sanitario.

Accanto a questo c’è un percorso educativo sull’affettività e sulle relazioni, con contenuti progressivi in base all’età e con il coinvolgimento della comunità scolastica e delle famiglie.

La scuola non diventa un luogo di cura. Diventa un luogo capace di riconoscere prima una difficoltà e, insieme, di dare strumenti per prevenirne alcune, educando alle relazioni.

23 Valorizzare gli insegnanti con retribuzioni più alte, formazione continua e meno precarietà

«Una scuola stabile ha bisogno anche di insegnanti valorizzati, formati e messi nelle condizioni di lavorare con continuità.»

LA PROPOSTA Serve un piano pluriennale per la professione docente, finanziato con risorse stabili e attuato attraverso la contrattazione. Il piano persegue tre obiettivi insieme.

Aumentare progressivamente le retribuzioni.

Garantire a tutti gli insegnanti una formazione continua, di qualità e riconosciuta nel percorso professionale.

Ridurre il ricorso a contratti precari quando il posto risponde a un fabbisogno stabile della scuola. Se una cattedra serve in modo continuativo, va coperta con personale stabile, attraverso procedure di reclutamento regolari e programmabili.

PERCHÉ SERVE Retribuzione, formazione e stabilità del personale incidono insieme sulla qualità della scuola. Interventi occasionali non bastano. Se gli aumenti dipendono da risorse temporanee e la formazione da singoli progetti, la professione perde attrattiva. E se il reclutamento continua a inseguire ogni anno posti che erano già prevedibili, le scuole non riescono a costruire continuità.

Chi comincia a insegnare spesso non riesce a pagarsi un affitto, e tanti passano anni da supplenti, ogni settembre in una classe diversa. A perdere sono anche gli studenti, che cambiano insegnante proprio quando avrebbero bisogno di qualcuno che li conosca.

Un Paese che paga il giusto ai suoi insegnanti sta dicendo ai suoi figli quanto valgono. È uno dei pochi investimenti dal rendimento certo, generazione dopo generazione.

COSA CAMBIA Oggi retribuzioni, formazione e reclutamento vengono spesso affrontati con strumenti e tempi diversi. La proposta li riunisce in una programmazione pluriennale, con risorse certe per gli aumenti contrattuali, una formazione continua inserita stabilmente nella vita professionale e i posti che servono davvero previsti per tempo.

La novità è passare da interventi separati e periodici a una politica stabile della professione docente, verificabile nel tempo.

24 Se sei idoneo alla borsa di studio, il finanziamento deve essere garantito. E anche un posto dove vivere

«Se uno studente ha i requisiti per la borsa, non può perderla perché nel suo territorio i fondi sono finiti. Si conta quanto manca e si finanzia la differenza. E chi studia lontano da casa deve trovare anche un posto dove vivere.»

LA PROPOSTA Uno studente che ha tutti i requisiti per una borsa di studio non deve rischiare di restarne senza soltanto perché le risorse del suo territorio sono finite. Dopo la formazione delle graduatorie, Regioni ed enti per il diritto allo studio comunicano quanti studenti idonei sono ancora senza borsa e quante risorse mancano per finanziarli. Se, dopo aver usato i fondi statali e regionali disponibili, resta una quota scoperta, lo Stato integra le risorse necessarie entro un termine nazionale certo.

Non cambiano i requisiti per ottenere la borsa né la gestione territoriale. Cambia la garanzia che, una volta riconosciuta l’idoneità, la mancanza di fondi non lasci lo studente senza sostegno.

Una borsa garantita serve a poco senza un posto dove dormire. Per gli studenti idonei fuori sede la garanzia comprende anche l’alloggio. Regioni ed enti per il diritto allo studio pubblicano ogni anno quanti idonei hanno chiesto un posto e quanti lo hanno ottenuto. Gli edifici pubblici inutilizzati adatti a diventare residenze universitarie vengono censiti e destinati prima di tutto a questo uso, con un programma che indica tempi, costi, numero di posti e canoni accessibili.

PERCHÉ SERVE Il sistema delle borse di studio è già finanziato dallo Stato e dalle Regioni, e dal 2026 il Fondo integrativo statale è stato aumentato in modo strutturale di 250 milioni di euro l’anno. Sono inoltre previsti livelli essenziali delle prestazioni e il monitoraggio dei fabbisogni.

Ma il fabbisogno effettivo si conosce solo quando vengono formate le graduatorie. Può quindi accadere che le risorse assegnate in precedenza non bastino a finanziare tutti gli studenti risultati idonei. Quando succede, uno studente che ha tutti i requisiti resta senza borsa, o la riceve in ritardo, e può dover rinunciare a studiare fuori sede o a studiare del tutto.

La proposta vuole coprire proprio questo divario finale, quello che resta quando tutte le altre risorse sono già state usate.

E per chi studia lontano da casa la voce più pesante è l’affitto. I posti nelle residenze pubbliche coprono una piccola parte degli studenti che ne avrebbero bisogno. Con il PNRR sono stati finanziati nuovi posti letto, ma in gran parte attraverso operatori privati, con canoni che non sempre sono alla portata di chi ha una borsa. Studiare lontano da casa non può dipendere dalla ricchezza della famiglia.

COSA CAMBIA Oggi le risorse vengono ripartite sulla base dei meccanismi di finanziamento e dei fabbisogni previsti. La proposta aggiunge una verifica finale sulle graduatorie effettive. Si contano gli studenti che hanno ottenuto l’idoneità ma non hanno ancora ricevuto la borsa, si calcola quanto manca per finanziarli e lo Stato integra soltanto quella differenza entro un termine definito.

In questo modo l’idoneità non dipende più dai fondi rimasti nel singolo territorio. Il sistema verifica quanto manca e chiude la copertura.

Chi ha diritto alla borsa, la riceve. E chi la ottiene lontano da casa sa che avrà anche un posto dove vivere.

25 Più ITS Academy, perché la competenza tecnologica sia un diritto dei giovani e porti a un lavoro qualificato

«Sostenere la formazione tecnologica superiore significa sostenere il diritto dei giovani alle competenze e a un lavoro qualificato. Chi sceglie un ITS deve trovare un posto, un lavoro e, se vuole, la strada per continuare a studiare.»

LA PROPOSTA Gli ITS Academy diventano un canale stabile dell’istruzione dopo il diploma, accanto all’università. Il Fondo nazionale per l’istruzione tecnologica superiore viene portato a un livello che consente di mantenere gli studenti di oggi anche dopo la fine del PNRR, e cresce con un piano pluriennale che indica quanti nuovi posti aprire ogni anno, in quali territori e in quali settori, fino ad avvicinare l’Italia agli altri grandi Paesi europei. Le risorse arrivano prima dove le imprese cercano tecnici che non trovano e dove i giovani hanno meno alternative, a cominciare dal Mezzogiorno.

I percorsi sono progettati con le imprese, che mettono a disposizione docenti, laboratori e tirocini. Una parte del finanziamento premia i risultati, misurati sull’occupazione dei diplomati e sulla coerenza del lavoro trovato con gli studi.

Tra ITS e università nasce un ponte nazionale. Un accordo quadro stabilisce quali crediti formativi vengono riconosciuti e per quali corsi di laurea, e vale in tutto il Paese. Chi dopo l’ITS vuole continuare a studiare non ricomincia da capo, e chi si è fermato all’università può passare a un ITS senza perdere gli esami già sostenuti.

PERCHÉ SERVE Le imprese che crescono e innovano, a cominciare da quelle che esportano, cercano tecnici specializzati e spesso non li trovano. Gli ITS Academy li formano in due o tre anni dopo il diploma, insieme alle imprese, e funzionano. Secondo il monitoraggio INDIRE del 2025, l’84% dei diplomati lavora a un anno dal titolo, e il 93% di loro in un’attività coerente con gli studi.

Ma restano pochi. Con il PNRR, che ha portato nel sistema circa un miliardo e mezzo, gli iscritti sono passati da circa 9.000 nel 2020 a circa 45.000. In Germania, in Francia e in Spagna la formazione terziaria professionalizzante conta centinaia di migliaia di studenti. E con la fine del PNRR il finanziamento nazionale ordinario torna sotto i cento milioni l’anno, appena sufficienti a mantenere ciò che c’è.

Per molti ragazzi l’ITS è anche una seconda possibilità. Chi si è iscritto all’università e si è fermato può trovare negli ITS la strada verso un lavoro qualificato e ben pagato. Oggi però il passaggio tra ITS e università dipende dai singoli accordi tra atenei e fondazioni, e cambia da un territorio all’altro.

In un mercato del lavoro trasformato dalla tecnologia, la competenza è il passaporto per una vita dignitosa. Chi non riesce ad acquisirla resta fuori dal lavoro qualificato.

COSA CAMBIA Oggi gli ITS dipendono da risorse che cambiano di anno in anno, e la crescita degli ultimi anni rischia di fermarsi con la fine del PNRR. Con la proposta hanno un finanziamento stabile e un piano di crescita con obiettivi pubblici, verificati ogni anno.

I giovani possono scegliere la formazione tecnologica superiore in ogni Regione, sapendo che il titolo vale per il lavoro e anche per continuare gli studi. Le imprese trovano i tecnici di cui hanno bisogno. E il Paese allarga la base di chi accede al lavoro qualificato.

26 Finanziare i progetti di ricerca senza perdere le competenze

«Programmare i finanziamenti non basta. Bisogna sapere per tempo quali competenze serviranno anche quando i progetti saranno finiti.»

LA PROPOSTA Quando lo Stato programma per più anni i finanziamenti alla ricerca, programma nello stesso momento anche il personale necessario a realizzarla. Ogni programma pluriennale di finanziamento è quindi accompagnato da un quadro del personale che indica quanti contratti e posizioni a termine arriveranno a scadenza, quali competenze serviranno ancora, quali possibilità di reclutamento esistono e quali procedure potranno essere attivate per le posizioni strutturali.

Università ed enti di ricerca mantengono la propria autonomia, e l’accesso alle posizioni continua ad avvenire attraverso le procedure previste dalla legge. Non c’è alcuna stabilizzazione automatica.

L’obiettivo è conoscere per tempo i fabbisogni e programmare le selezioni prima che i contratti finanziati dai progetti arrivino tutti a scadenza.

PERCHÉ SERVE Negli ultimi anni la programmazione dei finanziamenti è diventata più prevedibile. Esistono un Piano triennale della ricerca, un calendario dei bandi e un Fondo che riunisce diverse linee di finanziamento.

Ma programmare i progetti senza guardare contemporaneamente alle persone crea un problema alla loro conclusione. Molti ricercatori vengono assunti per la durata dei finanziamenti, e più contratti possono scadere nello stesso periodo. È quello che è successo con il PNRR

La questione è non arrivare più alle scadenze per poi correre ai ripari, ma sapere per tempo quante persone servono e quante rischiano di restare fuori.

COSA CAMBIA Oggi i finanziamenti della ricerca sono programmati su più anni, il personale no. Con la proposta, insieme ai fondi, università ed enti indicano anche quali contratti stanno per scadere, quali competenze continueranno a servire e quali posizioni si potranno coprire con nuove selezioni.

Le selezioni si programmano per tempo, invece di rincorrere le scadenze. Non c’è alcuna stabilizzazione automatica, e l’accesso resta affidato alla selezione. Ma fabbisogni, scadenze e possibilità di reclutamento diventano prevedibili e trasparenti.

Questo testo non si stampa: si legge sul sito, https://piu.uno/proposte/conoscenza.