
Intelligenza artificiale, Ruffini: l’Europa applichi l’AI Act
«Le dimissioni di un ricercatore di Anthropic, che ha denunciato i rischi legati allo sviluppo incontrollato dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati, pongono una questione che riguarda ormai direttamente la politica, le istituzioni e la democrazia. Non sappiamo se gli scenari più estremi evocati da alcuni ricercatori si realizzeranno. Sappiamo però che non possiamo lasciare alle sole imprese che sviluppano queste tecnologie il compito di stabilire quali rischi siano accettabili per tutti».
Lo afferma Ernesto Maria Ruffini commentando il caso di Jacob Coxon, ricercatore che ha lasciato Anthropic dopo aver espresso forti preoccupazioni sulla capacità di controllare sistemi di intelligenza artificiale sempre più potenti.
«Il problema non è accusare le aziende di irresponsabilità. Anche un’impresa attenta alla sicurezza opera dentro una competizione globale in cui rallentare unilateralmente può significare perdere terreno rispetto ai concorrenti. È proprio per questo che servono regole comuni».
Secondo Ruffini, «l’Europa ha già compiuto un primo passo con l’AI Act. Ora deve dotarsi della capacità concreta di farlo funzionare, con competenze scientifiche indipendenti, possibilità di testare i modelli più avanzati, accesso alle informazioni necessarie e poteri effettivi di intervento quando emergano rischi sistemici».
«Su tecnologie di questa scala nessun Paese europeo può agire davvero da solo. È uno di quei casi in cui condividere sovranità a livello europeo significa aumentare la capacità effettiva di esercitarla».
«L’alternativa non è tra fermare l’intelligenza artificiale e lasciarla correre senza limiti. La sfida è consentire l’innovazione e, allo stesso tempo, pretendere che chi sviluppa tecnologie capaci di produrre conseguenze enormi dimostri di saperne governare i rischi. Le istituzioni devono arrivare prima, non dopo».